AL BIVACCO GRISETTI AL VANT DE LA MOIAZZA PER IL SENTIERO ANGELINI (SOGNANDO L’ALTO ADIGE)

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“Ah, se fossimo in Alto Adige…” Quante volte l’abbiamo sentito. Autoflagellandosi, gli italiani spesso lo ripetono: “ah, se fossimo in Francia o in Germania, questo monumento diroccato, quel paese spopolato, questo luogo ameno non sarebbero lasciati al loro destino! Loro sì che ci farebbero i soldi!”

Soldi, in definitiva da qua si parte e qua si torna.

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Certo che se la Val di Zoldo fosse veramente in Alto Adige…

In primis – va detto chiaro – non sarebbe la bella sconosciuta che è. Mai avrebbe ripudiato il proprio passato e perciò più vasti, pettinati e fioriti  si mostrerebbero i prati, più contenuti e ordinati i boschi. Non tutti i tabià sarebbero diventati appartamenti, avremmo più gerani alle finestre e rose nei giardini e nell’aria risuonerebbero concerti di campanacci. Le storiche malghe sarebbero in piedi, regolarmente monticate ed una latteria di vallata a fatica soddisferebbe le molte richieste. Le idee imprenditoriali ed i laboratori artigiani fioccherebbero, avremmo alberghi in maggior numero, più grandi, meglio strutturati, pienissimi e meno case vuote. Infine, maggiore e meno depressa sarebbe la popolazione residente e minori gli emigranti, anch’essi un po’ meno depressi.

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Se fossimo in Alto Adige non sarebbe nemmeno possibile percorrere questo sentiero e arrivare in questo luogo incontrando se va bene qualche solitario viandante, più spesso trovandosi appiccicate le tele che i ragni hanno avuto tutto il tempo di tendere da un lato all’altro del sentiero.

Attraversato dall’Alta Via n. 1, il versante agordino della Moiazza vanta un suo nome ed una frequentazione di tutto rispetto. Per contro, il più ostico lato zoldano rimane un po’ negletto, nonostante una confraternita di camminatori seriali decisamente lo prediliga. Buongustai che cercano precisamente quello che il luogo può dare, autenticità, natura primitiva, solitudine, qui in un’offerta sterminata che incontra una domanda scarsa, pur se qualificata.

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Il sentiero Angelini è intitolato al medico-alpinista, storico e accademico del CAI appassionato delle montagne zoldane e parte dal Passo Duran, coincidendo in principio con il sentiero CAI n. 578.

S’avvia per la verità un po’  mesto, infilandosi in leggera discesa nel fitto manto boscoso che copre il passo, transitando in terreno spesso umido, a tratti fangoso. Basta avere solo un po’ di pazienza

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Abbandonando la foresta ed approssimandosi alle grave e alle balze rocciose si fa subito più vispo e tormentato, a tratti esposto. Assomma dislivello, con pezzi quasi in piedi, facendo in modo di non annoiare mai; costantemente aperto sulla valle attraversa colatoi, ruscelli in secca, sale roccette, passa su cenge, supera ostacoli di ogni genere. L’ambiente, splendido e severo, dà la sensazione dell’aspro e del dolce allo stesso tempo.

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In località Burangol la pista si biforca e ci offre le due varianti, quella per l’andata e quella per il ritorno: a sinistra sale direttamente al bivacco, a destra passa prima dal pascolo e dai ruderi di casera Moiazza per poi salire a sua volta.

In vista della meta, la rossa cupola del bivacco Grisetti si annuncia sul palcoscenico del Vant de la Moiazza per poi scomparire minuscola al cospetto di tanta grazia. L’ampia, disomogenea culla del vant, protetta alle spalle dalle quinte di  Moiazza e Moiazzetta, protesa verso la valle di Goima ed il basso zoldano, ci fa respirare una volta di più l’idea di maestosità. La montagna è così, ogni volta è come la prima.

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Il posto vale. Vale il sudore e ciascuno dei passi che sono serviti per arrivarci. Vale, come Parigi, ben più di una messa. E vale anche ben più della spartana capsula di lamiera che chiamano bivacco.

Ah, se fossimo in Alto Adige… ci sarebbe qui un confortevole rifugio, con un sentiero più comodo, largo, quasi una strada, e magari una funivia salirebbe da Goima stracolma di turisti affamati attratti dai piatti della casa: canederli, gulash, strudel.  Data l’ora di pranzo pari quasi che il vento ce ne porti il profumo.

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Ma no, per fortuna (e purtroppo) in Alto Adige non siamo.

Un rapido sguardo e l’inventario è presto fatto. Niente rifugio, niente mulattiera, niente funivia. Abbiamo solo questi grandiosi spazi, il silenzio inverosimile, l’umile pane e formaggio portato da casa e la festosa compagnia dei gracchi.

Oh, che disdetta!

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P.S.: il sentiero Angelini continua, anche le cose si complicano un po’. Per salire alla Forcella Inferiore c’è qualche pezzo di arrampicata (fune metallica), ma il pericolo maggiore è la successiva discesa su sfasciume  sdrucciolevole verso il Vant della Moiazzetta della Grava. Attraversato questo si arriva poco dopo ad incrociare il sentiero proveniente dalla forcella delle Sasse. Da qui si scende alla Forcella della Grava oppure, gamba permettendo, è possibile completare il versante zoldano dell’intero gruppo percorrendo il mitico sentiero Tivan, ideale proseguimento del sentiero Angelini ai piedi del Civetta.

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ANTICHI PASCOLI: BAITA DARE’ DOF

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Nel dialetto zoldano il termine dôf sta ad indicare il giogo dei buoi e per similitudine morfologica anche un particolare tipo di sommità di un monte, una lunga cresta di spartiacque dalle forme arrotondate. Darè invece significa dietro, per cui darè dôf sta per, letteralmente, “dietro le creste”. Tale designazione ci illumina sulla geografia e sulle origini del posto.

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Zoppè di Cadore, scorcio lungo la strada

Studiando la mappa si nota che la baita non si colloca nella valle di Zoldo ma sulle sponde della Val de Rutorto, ad un tiro di fionda da Zoppè e dalla Casera di Rutorto. Tuttavia la cartina non riporta sentieri di collegamento con la valle sottostante. Possibile? Forse la spiegazione ci viene proprio dal toponimo. Chi può aver battezzato la baita “dietro le creste” se non chi risiedeva dall’altra parte del monte ma vantava diritti di pascolo su questo versante? Infatti il pascolo appartiene da secoli alle storiche famiglie di Coi, più precisamente all’antico istituto di proprietà collettiva denominato “Regola Grande di Coi”.

E’ proprio la rediviva Regola Grande che ha fatto rinascere un luogo dimenticato e impraticabile fin dalla seconda metà del secolo scorso, che ha ricostruito la casera e patrocinato la realizzazione di una strada che al passo di Tamai si dirama dal preesistente collegamento intervallivo. Sempre la Regola continua oggi a mantenere l’ordine ed a custodire le chiavi della casera, concedendole a chi ne fa richiesta e si impegna al rispetto del previsto disciplinare.

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Il passo Tamai

Facilissima e veloce la passeggiata, sia dalla frazione Costa in val di Zoldo che da Zoppè di Cadore, transitando dal passo di Tamai.

Se si decide di partire da Costa meglio prima informarsi sulle condizioni della strada che sale al passo; al momento in cui scriviamo (maggio 2018) la carreggiata risulta brutalmente deturpata da mezzi dei lavori boschivi, fango e profondi solchi ne rendono la percorrenza francamente sgradevole. L’ostacolo si aggira prendendo il sentiero CAI n. 496 fino a “la Forzela” e poi il 499 verso il passo Tamai. Dal passo si continua sulla strada che gira verso nord mantenendo la stessa numerazione. Dopo alcuni irti strappi il n. 499 si rifà sentiero, si separa e se ne va verso il Pelmo, mentre la  strada ci accompagna al suo capolinea zigzagando in discesa per un paio di chilometri.

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In questo tratto inedite epifanie del Pelmo non mancano di suscitare meraviglia. Si arriverà alla casera da sopra, a volo d’aquila, avendo modo di indovinare con buon anticipo la bellezza e ariosità del luogo.

La sensazione che se ne trae di serena solitudine è tangibile, la posizione appartata, dominante. Lo sguardo viaggia e gli occhi riconoscono i confini dell’orizzonte: Pelmo, Pena, Bosconero, Sfornioi ecc.. Qualche metro sotto la casera un tavolato informe, inframmezzato di ortiche, ci indica il luogo dove giace la vecchia stalla, schiantata a terra. RIP.

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Ai piedi del Pelmo, sotto il passo di Rutorto si riconosce l’omonima casera. E’ tutt’altro che lontana e fa venir voglia di raggiungerla.

Ma inutilmente si cercherebbe tra gli alberi quel sentiero che le mappe negano. Rassegniamoci: la casera Darè Dof era ed è un’enclave zoldana in terra cadorina. Chissà se questo magico isolamento sia davvero dovuto ad antiche rivalità e alla competizione per la terra tra comunità confinanti. Chi lo sa. Agli avi l’ardua sentenza!

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Ma sì, in fin dei conti non importa risolvere l’enigma.

Non sarà questo il paradiso sulla terra ma in fondo non è affatto male. Anzi, è un posto perfetto per l’astrazione, per riposare, dimenticarsi e cessare – almeno per un’ora, o forse per una notte – di farsi domande.

RITORNO ALLA PREISTORIA AI COVOLI DI LAMEN

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Nella bellissima e appartata valle di Lamen, a Nord di Feltre, non tutti sanno che esiste un sistema di ricoveri sottoroccia frequentati da popolazioni umane lungo tutta la traiettoria storica, dalla preistoria ad oggi.

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La formazione di queste cavità risale alle glaciazioni del periodo quaternario, grazie ai progressivi distacchi provocati dall’azione di gelo e disgelo dell’acqua filtrata nelle fenditure delle rocce. Le nicchie si ingrandirono in seguito a causa del crollo delle volte, e fu proprio il materiale lapideo precipitato alla base a stratificarsi ed a permettere così che molte testimonianze di vita umana siano arrivate a noi.

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Lo studio degli strati ha infatti portato alla luce reperti appartenenti ad un arco temporale che va dal neolitico, all’età del bronzo, fino al medioevo, però i covoli furono frequentati anche in seguito, dato che sono stati trovati, per esempio, anche frammenti di granata delle due guerre mondiali.

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Gli archeologi ipotizzano che i ricoveri venissero utilizzati già nel neolitico e nell’età del rame come dimore temporanee legate alla caccia, alla pastorizia ed alla frequentazione dei pascoli delle Vette Feltrine. Dal ritrovamento di fave si desume che nell’età del bronzo vi si praticasse anche una certa, marginale attività agricola, mentre la vicinanza di un’importante via di transito come il passo Croce d’Aune fa ritenere che l’area fosse probabile zona di passaggio di viaggiatori diretti nell’odierno Trentino.

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In epoca più recente si sa invece che queste cavità sono state usate come rifugi difensivi durante le guerre, in quanto nascoste, o come ricoveri di attrezzi e legname, perché asciutte.

Gli scavi hanno recuperato, tra altri reperti, manufatti in selce e cocci di vaso a bocca quadrata riferibili al periodo neolitico, una forma di fusione, due spilloni e frammenti di un falcetto dell’età del bronzo, due monete romane, un anello-sigillo in bronzo di epoca tardo-Romana e nove monete coniate dalla Repubblica di Venezia nel XIII secolo.

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Venendo al nostro tempo, alcuni dei covoli più rappesentativi ed accessibili sono stati collegati in un anello tematico, che inizia alla testata della Valle di Lamen, passato l’agriturismo, nei pressi del piccolo parcheggio.

L’itinerario, segnato e tabellato dal Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi, si articola in due diversi tracciati che si incrociano: i covoli bassi, che rimane a quota più bassa ed è classificato come E (escursionistico), ed i covoli alti, per raggiungere i quali si deve salire brevemente un canalone ed affrontare un tratto in “arrampicata” su sentiero un po’ esposto, comunque assicurato con un cordino metallico (classificazione EE, escursionista esperto). Per l’intero giro circa cinque ore. Alla fine del percorso, dopo i ricoveri alti si approda al monte Pafagai, da cui si rientra su facile strada.

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Passo dopo passo, accompagnati da una sensazione si solennità ci si rende presto conto che questa, più che gita, è una processione.

Consci che millenni di esperienza umana sono rimasti depositati strato su strato, su strato, sul fondo dei covoli, si è indotti ad avvicinarsi a queste nicchie con rispetto sacrale, come fossero le stazioni di una sorta di via crucis terminante, guarda caso, con il crocifisso del monte Pafagai.

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E trovare negli antri i tizzoni spenti di un piccolo fuoco, o il guscio di una noce lasciato da chi solo di recente vi ha sostato, forse per ripararsi da un temporale improvviso, ci fa capire che anche noi, da buoni ultimi, siamo i temporanei residenti (o transitanti) di questi luoghi.

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Il parallelo è servito e la mente vola…

Si insinua così, involontaria, un’immagine sfuocata di questo antico mondo perduto: gli animali al pascolo, le cataste di legna, le pareti nere di fuliggine, il fumo, il vapore delle marmitte sul fuoco e gli umani come sempre presenti ma a loro modo assenti, assorti nelle loro attività…  Tanto distanti nel tempo, tanto simili a noi.

CIASPOLATA TRA I FIENILI AL RIFUGIO TALAMINI

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Ecco un’altra facile uscita invernale, con qualche saliscendi ma dal complessivo dislivello trascurabile.

Ci troviamo in un’area ben lontana dalle piste e dai grandi e disordinati flussi, che trasmette una serena tranquillità e che possiede un suo fascino discreto, una bellezza poco appariscente che si manifesta man mano, strada facendo.

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Preferiamo suggerire la via di accesso più semplice, da Zoppè di Cadore. Poco sopra il paese, località Pian, accanto all’agriturismo ed ai vicini parcheggi parte una stradina (segnavia CAI n. 456), che in un’oretta circa di camminata porta di filato al rifugio, proseguendo poi verso Vodo di Cadore. La zona è ben conosciuta perché l’escursione al Rifugio Venezia, classicissima della Val di Zoldo, si sovrappone per il primo pezzo di strada, svoltando sul sentiero n. 471 in località Le Fraine (al Cristo).

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Noi si prosegue invece da quest’altra parte, dove il Caregon del Padreterno – l’azzeccato soprannome dato al Pelmo dagli abitanti di Zoppè  – pur continuando a far sentire la sua presenza lo fa con pudore, svelandosi completamente solo all’ultimo.  Si, il Pelmo rimane nascosto dietro il monte Penna fin quasi al rifugio, ma gli ambienti interessanti e le vedute non si fanno desiderare: il Rite, il Col Dur e l’Antelao, lo stesso Penna, a tratti Sfornioi e Bosconero, per dare un’idea.

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La pista scivola via ondeggiante come colubro attraverso boschi taciturni di larice e abete rosso che qua e là si allargano a mostrare quelle praterie che fino alla prima parte del secolo scorso venivano regolarmente sfalciate.

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Lisci di bianca glassa, i prati sono ancora punteggiati di vecchi fienili, per nulla sciupati anzi tenuti come gioielli, risistemati in gran parte e convertiti in chalet, luoghi del cuore dove i fortunati proprietari si godono memorabili periodi di riposo.

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Il più delle volte le ciaspole non sono nemmeno necessarie dato che la strada è battuta a dovere dal gatto delle nevi. Al massimo, non potendosi escludere che nelle zone in ombra si possa formare del ghiaccio, è consigliabile portare di scorta i mini ramponi.

GITA RIFUGIO TALAMINI 7Il rifugio Talamini si trova in posizione aperta sulla sella da cui la strada, denominata Ciandolada, inizia a scendere verso il Cadore. Splendide le vedute verso l’Antelao e (la tanto sospirata) verso il Pelmo. Negli anni il rifugio ha avuto vita assai travagliata, ma ora, riammodernato, ha finalmente trovato un gestore ed è aperto tutto l’anno. Diventa allora un imprescindibile punto di appoggio e di ristoro per chi si spinge da queste parti.

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Arrivati al rifugio si noterà anche che la strada che prosegue verso Vodo è altrettanto ben battuta. Potrà allora venire l’idea di progettare una futura gita con partenza dalla valle del Cadore, oppure di allungare un pochino la camminata, scendendo per qualche chilometro, anche per arricchire con altri bellissimi fienili e scorci l’album di giornata.

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Al ritorno si avrà modo di apprezzare alcune inquadrature verso i monti zoldani e qualche scampolo di Pelmo sfuggiti all’andata perché rimasti alle spalle. Sì, lui, sempre lui.

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Ultima, ma non ultima, d’obbligo una sosta a Zoppè per un caffè o un gelato, per fotografare il vecchio paese dominato dal “Trono di Dio” e per dare un’occhiata al ricostruito mulino ad acqua, incredibile macchina idraulica dagli ingegnosi ingranaggi in legno.

D’AUTUNNO E’ MEGLIO: MONTE E CASERA ZERVOI

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Per quanto incredibile, d’autunno la montagna è pressoché deserta. Noto è che gli italiani sciamano d’agosto, ma in questo periodo sono pochi anche gli stranieri che scendono da nord fin oltre il vecchio confine austro-ungarico. Eppure sono in tanti a giurare – noi fra loro – che la montagna immersa nella luce e nei colori autunnali diventi ancora più bella.

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Caiada, da sinistra vs destra: Casera Caiada, Col d’Igoi, Malga Palughet

Ci sono persino luoghi che è consigliabile frequentare solo dopo che il caldo dell’estate ha lasciato posto al frizzante fresco autunnale. E’ il caso di certi tracciati a bassa quota che salgono pendii esposti impietosamente al sole, o che attraversano pietraie in cui le vipere potrebbero cercare riparo, o peggio, sentieri che passano ai margini di sterpaglie e prati incolti dove in agguato c’è l’animale probabilmente più infido che esista in natura, l’ixodes ricinus. Per noi profani, zecca.

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Ci hanno insegnato che ogni essere vivente ha un suo posto, una funzione che è sua propria e di nessun altro nel grande pentolone della vita. Quale sarà la missione di questo minuscolo corpuscolo succhiasangue, forse quella – ingrata assai – di diffondere malattie infettive anche gravi?

Sappiamo che purtroppo certe aree del bellunese sono afflitte da questo flagello. E allora quale può essere lo stratagemma per godere senza timore di questi luoghi se non attendere che con i primi freddi le zecche entrino in un relativo stato di “ibernazione”?

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Casera Cajada

L’escursione al monte Zervoi ci porta in un luogo davvero rappresentativo del Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi e per tutti i motivi di cui sopra è preferibile effettuarla d’autunno.

La gita inizia dalla piana di Cajada, raggiungere la quale potrebbe rappresentare l’unica problematica degna di nota dell’escursione. Si scherza, ma non troppo. La strada che per circa 7 chilometri sale da Faè di Longarone è davvero strettina, spettacolare ma ripida  e spesso senza protezioni, sia dall’alto che verso il basso. Ad ogni chilometro, a lato della strada compare un cartello con il seguente invito, da accogliere alla lettera: ADAGIO, SUONARE.

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Col d’Igoi

Una volta al sicuro (!) nella prateria di Casera Cajada si può parcheggiare e percorrere a piedi la strada che con vari saliscendi attraversa la conca. Cajada è un’ampio catino circondato di creste, coperto da una foresta demaniale già nota alla Repubblica Veneta, che la sfruttava per ricavarne legname per i remi. Il bosco è compatto, continuo, intercalato solo dai pascoli di casera Caiada, da quello di Col d’Igoi ed infine di Malga Palughet.

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Malga Palughet

Nelle mattine di ottobre è possibile trovare Malga Palughet immersa nella nuvola di vapore della brina sublimata dal primo sole. Alla malga, dalla stradina carrozzabile si dirama il sentiero n. 509 e finalmente si inizia a macinare quota. La salita è piuttosto ripida ed il primo pezzo, come di frequente capita, è chiuso nel bosco. Dopo la forcella Palughet gli spazi si fanno più aperti ed il panorama si espande.  A valle sono visibili il corso del Piave, da Longarone a Ponte nelle Alpi e la conca  dell’Alpago, mentre di fronte, roccioso, inaccessibile, così si presenta il versante nord del Serva,  ben altra cosa rispetto alle dolci pendici di velluto che si vedono da Belluno.

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Più su il paesaggio diventa glabro e si intuisce che questo può essere il pascolo di casera Zervoi. E infatti poco dopo eccole, stalla e casera in posizione strategica e assolata. Breve sosta, non è questa la meta finale.

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da Casera Zervoi verso il Serva

Da qua in avanti occhio agli ometti in pietra perché per il poco che rimane da salire il sentiero diventa una semplice traccia che serpeggia lungo l’unica fascia priva di mughi in direzione della cima. Altri 100 metri di dislivello per una ricompensa che si preannuncia ricca, specie quando per un po’ fa capolino sulla destra la sagoma piramidale del Pelf.

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Le speranze sono ben riposte. E’ su in cima che il Zervoi ci dà il suo meglio: a nord-ovest  emerge d’improvviso come dal nulla la montagna più cara ai bellunesi, la Schiara, la cui visione è in parte coperta da un altrettanto imponente Pelf. Insieme, i due fratelli sono una parete dolomitica di considerevole stazza, su cui trionfa la punta-simbolo, la Gusela del Vescovà.

Da quest’altra parte invece…

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No, stavolta lasciamo il discorso in sospeso…

Chi vuole conoscere il finale non ha che da infilarsi gli scarponi, caricarsi lo zaino in spalla e venirci di persona. Buona, buonissima passeggiata.

GIRO DEL SAN SEBASTIANO, UN ALTRO SENTIERO SELVAGGIO

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Van de Caleda, vs Cima Nord di San Sebastiano e omonima forcella

Tra le escursioni nella Val di Zoldo il giro del San Sebastiano, ancora poco frequentato, spicca per la sua autenticità selvaggia e per la girandola di emozioni che riesce a suscitare. Qua proponiamo l’anello più breve, limitandoci al monte più a nord della catena, il San Sebastiano appunto, ma l’intero gruppo porta questo nome e comprende anche altre cime che si sviluppano in direzione Sud-Est, il Tamer ed il Castello di Moschesin le principali. Non me ne vogliano gli zoldani ma la catena mostra tutto il suo splendore (grandemente sottovalutato) soprattutto dal versante agordino. Ecco le prove:

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il Gruppo del San Sebastiano – veduta dal Rifugio Scarpa

Incominciamo col dire che l’itinerario è un tantino esigente. Esige, il termine è corretto, che lo si affronti con nelle gambe un buon allenamento; il percorso ha un discreto sviluppo, mentre il dislivello, dato dalla somma di diversi saliscendi, arriva a circa 1000 metri. Esige poi che l’escursionista non soffra di vertigini, abbia un discreto senso dell’orientamento e sappia muoversi in situazioni che comportano un rischio moderato, come su ghiaione verticale e su ripidi canalini. Ancora, richiede che l’attenzione non venga mai meno perché il sentiero raramente dà respiro: sassi, radici, sbalzi sembrano messi apposta di traverso per far inciampare chi si distrae anche solo per un momento. Pretende molto, diciamolo pure, ma quanto offre è molto più quel che chiede.

giro del San Sebastiano

Certo, non è affatto esagerato dire che il San Sebastiano offre nientepopodimeno che un pacchetto completo di esperienze nell’universo dolomitico. Si passa dal contatto stretto con maestosi monoliti ed ampi valloni solitari (van) culminanti in ripide, strette forcelle, all’esperienza del bosco delle grandi conifere e di quello ispido e selvaggio dei pini mughi, dalla visione ravvicinata di fiori nascenti dalla roccia a quella lontana di monti e vallate. E molto, molto altro.

L’anello può essere effettuato sia in senso orario che in senso antiorario. Il punto di partenza, e dunque di arrivo, è il passo Duran.

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casera Caleda nuova

Scegliendo di girare in senso antiorario ci si incammina per il sentiero n. 524. Il primo tratto, nel bosco, è un attraversamento con pochi strappi in salita. Si passa a monte della Casera Caleda nuova, che ad un certo punto si scorge, e ci si avvicina pian piano al torrione del Sass di Caleda. Qui si trova il punto con maggior pericolo della gita, un passaggio esposto ma fortunatamente attrezzato con un cordino di sicurezza. Dopo aver passato un ruscello dalle gelide acque il sentiero incomincia a salire spedito, il bosco fa posto ai mughi e più su ad erba e pietre fino al punto in cui l’alto Van di Caleda si svela in tutta la sua magnificenza.

giro del San Sebastiano

il Van de Caleda visto dall’alto

Qua convergono le colate detritiche che scendono dal Tamer da una parte e dal S. Sebastiano dall’altra. Attenzione, va preso il sentiero di destra, quello che conduce alla forcella La Porta – che già si intuisce ma ancora non si vede – mentre l’alta forcella esattamente di fronte è quella di San Sebastiano, passaggio obbligato di chi, magari provenendo dal Viaz Dei Cengioni, decide di salire alla Cima Nord.

giro del San Sebastiano

dalla Forcella La Porta verso il Van de le Forzele e lo zoldano

Ancora una scarpinata su per il ghiaione, su traccia non sempre chiara ma la forcella è là, si staglia netta, e dove i segni rossi si perdono l’occhio indovina passaggi alternativi. Posto stupendo la forcella la Porta, belvedere verso i monti del basso zoldano e balcone a picco sul catino del Van de Le Forzele. Dall’alto il van fa impressione, così incastrato tra il Tamer e la Gardesana, con le sue sponde quasi verticali di ghiaione a grana fine ed i massi più grossi scivolati sul fondo.

giro del San Sebastiano

Forcella La Porta vista dal fondo del Van

Il sentiero comincia a scendere per un canalino dal terreno instabile, è richiesta prudenza, prosegue in diagonale sul piano inclinato del ghiaione e ripidamente raggiunge la testata del vallone. Da qua le tracce sono più d’una ma tutte si ricongiungono alla base del van, dove di nuovo è presente la vegetazione, il sentiero si fa ben marcato e gira a sinistra. Prossima tappa la Baita Angelini, che da qua si raggiunge in circa mezz’ora.

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l’alto Van de le Forzele

L’edificio è proprio una tipica baita, è aperta ed allestita come bivacco e sorge su una piccola elevazione dal suggestivo panorama verso la valle. L’acqua fresca del “brent” ristora il viandante e la probabilità che gli venga voglia di fermarsi e pernottare è molto alta.

giro del San Sebastiano

la Baita Angelini

Chiudere l’anello in giornata vuol dire però rimettersi in marcia sul sentiero n. 536 verso il Passo Duran. Se è stato stimolante e avventuroso arrivare fin qua non si creda che sia finita. Dopo una breve risalita tra sassi e mughi si arriva su uno sperone roccioso, dal quale il sentiero pare letteralmente precipitare verso un altro van, quello dei Gravinai. E’ la Forcella de le Caure (delle capre), ed il toponimo suggerisce un passaggio dove forse le capre saltellano a loro agio ma gli esseri umani devono essere cauti al massimo per non scivolare.

Giro del San Sebastiano

dal fondo del Van dei Gravinai verso il ripido sentiero della Forcella de le Caure

Attraversato il Van dei Gravinai si arriva ad un’altra sella, anch’essa panoramica, la forcella di Val Barance, dove si stacca il sentiero n. 539 verso Colcerver. Proseguendo sul n. 536, con vari saliscendi ancora si incontrano scorci degni di una foto, in particolare all’aggirare l’ultimo lembo del costone delle Crode del Mezzodì, detto la Coda, dove sotto la roccia si trova un ampio covolo e dove, cambiato versante, si cominciano a vedere la Moiazza ed i paesi della Valle di Goima. Ad un certo punto i rumori della strada si fanno sentire ed in seguito, quasi all’arrivo, si palesa la serpentina d’asfalto in prossimità del passo.

Giro del San Sebastiano

dalla Forcella de Le Caure verso il sempre presente Pelmo

Giro concluso. Nella pace dell’appagamento che sempre accompagna l’inevitabile stanchezza, il pomeriggio a questo punto è inoltrato, non rimane che concedersi una fetta di torta al passo Duran, che è spesso particolarmente buona.

ANTICHI PASCOLI – CASERA BIDOCH

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Tra i vari pascoli un tempo gloriosi ed ora dismessi è imperativo riscoprire e tornare a frequentare Casera Bidoch, vecchio alpeggio che si trova a mezzacosta alle pendici del monte San Sebastiano.

Ci troviamo nella laterale Valle di Goima e purtroppo il luogo ha lo svantaggio di non trovarsi lungo uno dei tracciati escursionistici con numerazione CAI. Il sentiero n. 536 che dal Passo Duran porta alla baita Angelini passa infatti alcune centinaia di metri più a monte, senza nemmeno intravvedere o intuire la presenza della casera; motivo per cui chi non sceglie di andarci appositamente può rimanere all’oscuro della sua esistenza.

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Se qualcuno l’avesse visitata alcuni anni fa ne avrebbe tratto un’impressione cupa, di abbandono: l’edificio principale malridotto, il vecchio prato colonizzato dalla vegetazione, la vista tutt’intorno ostruita dall’incombere del bosco. Un luogo dimenticato. Ora a qualcuno (chi?) va il merito di aver  recuperato il posto, se non all’attività di alpeggio – auspicio per il futuro – almeno all’uso di boscaioli ed escursionisti.

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La casera è stata sistemata, il bosco intorno tagliato e l’accesso agevolato da una serie di collegamenti con comode strade forestali. Così l’ampia radura strappata alla foresta permette allo sguardo di espandersi e realizzare dove ci si trova. Ed è un posto davvero niente male: verso nord quella è l’alta valle di Goima, sullo sfondo l’imponente muraglia da cui precipita la cascata, il sovrastante Van de la Moiazza circondato dalla corona dolomitica. Un orizzonte così bello che da solo dà significato alla gita. Essere qui e ora per vedere questo, che poi è il senso ed il fine di ogni uscita in montagna.

IMG_2843.JPGCi sono due alternative per arrivarci. La prima è dal paese di Gavaz, dove si prende la strada forestale che scende nel letto del torrente Moiazza, attraversa il torrente su un ponte e sale poi sul versante opposto (indicazioni). Da Sottorogno e valle dell’Asinera il tragitto è invece più lungo: dopo gli ultimi fienili alla prima curva si prende la strada che si stacca a destra (la direzione opposta porta a Colcerver), si prosegue ignorando una prima deviazione a destra e girando, in discesa, alla seconda deviazione, in prossimità di un posto indicato da un cartello come “Aial dela Bressana”.

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La casera è aperta e sistemata a fungere da bivacco, mentre all’esterno troviamo gli immancabili tavolo e panca in legno, la fontana ed un nuovissimo barbecue con tanto di tettoia. Un grosso faggio, che risulta censito tra gli alberi monumentali della provincia di Belluno, offre gratuitamente la sua ombra.

Chi ha curato il recupero ha voluto dunque dare un chiaro messaggio: venite e godetene tutti. Perché non accogliere il suggerimento?

Grazie, si, con piacere.

GITA INVERNALE ALLA CASERA DI PRENDERA (E VOLENDO, A MONDEVAL)

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Chi ama combinare sole, neve, orizzonti e scenari invernali non potrà non inserire questa gita tra quelle preferite. Itinerario adatto sia allo sci alpinismo che alle caspe, si sviluppa in gran parte su versante soleggiato e perciò l’escursione si può organizzare anche nelle giornate di freddo intenso.

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Per portarsi alla partenza si scavalla la Forcella Staulanza e si percorrono un paio di chilometri di discesa verso la Val Fiorentina, fino al tornante da cui parte la strada per il Rifugio Città di Fiume. Lasciata la macchina è lungo questa che ci si dirige.

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Partendo al mattino questo iniziale è l’unico pezzo in ombra; anche da qua il Pelmo è un gran bel vedere, ma per il momento si frappone esattamente tra voi ed il sole.

La strada fino al Città di Fiume è battuta dal gatto delle nevi, percorrerla è una gradevole passeggiata ed insieme un buon allenamento scaldamuscoli per il prosieguo della gita.

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Al rifugio controllate le tabelle, la direzione da prendere è verso nord, sentiero n. 467. Da qua in avanti si esce dal cono d’ombra del Pelmo, la luce prende il sopravvento e la strada larga e comoda si fa un sentiero un po’ più angusto ma al tempo stesso quasi altrettanto ben battuto dai molti passaggi.

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Classicamente, più si sale e più si guadagnano chilometri d’orizzonte. L’ambiente è magnificente e l’aggettivo incontaminato può essere speso a ragione. Oltre alla bellezza della corona di montagne che vi circondano (troppe, per elencarle tutte) vi sorprenderanno la vastità e dolcezza dei pascoli, l’incanto di alcuni scorci di neve e roccia e la quasi assenza di strutture realizzate dall’uomo. Niente piloni, cavi, tubature, fanno eccezione solo alcuni elementi consustanziali al paesaggio come la casera verso la quale siete incamminati ed un fienile isolato che si intravvede nella Val de Busela.

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Poco dopo la Forcella de la Puina, quella di Roan, dalla quale il sentiero si innesta con il n. 458 proveniente da San Vito e sale un po’ più ripido. La casera, già piccola e lontana, si avvicina pian piano sempre più.

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Finchè, infine, vi raggiunge. Qua potete fermarvi in un luogo riparato, fare uno spuntino se avete in mente di proseguire o nutrirvi e riposare se siete arrivati alla meta.

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Chi ha idea di continuare fa un vero affare: con poco meno di altri 150 metri di dislivello arriva in un luogo se possibile ancora più memorabile, la Forcella Ambrizzola, che apre la vista a nord verso il Rifugio Palmieri, muto nella neve a fianco del suo lago ghiacciato ed a sud verso uno dei posti in assoluto più emblematici delle Dolomiti, l’altopiano di Mondeval. Il masso sotto il quale è stata ritrovata la sepoltura mesolitica è poco lontano e può essere il punto d’arrivo ed il degno coronamento di un’escursione indimenticabile.

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Al ritorno troverete una bella sorpresa: il sole è avanzato lungo la sua parabola celeste ed illumina finalmente il Pelmo anche su questo versante, così come tutta la conca ed il corso della strada che vi riporterà al parcheggio.

Vi piacerà molto. Si accettano scommesse.

SENTIERI SELVAGGI: MONT ALT DE FRAMONT

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Davanti alla maestà del gruppo Civetta-Moiazza, di cui costituisce una sorta di contrafforte, il Framont è uno dei monti minori che passano quasi inosservati. Se poi del Framont si decide di non puntare alla vetta, la Lastìa, ma alla sua punta più bassa, allora si può tranquillamente affermare che non è la gloria dell’alpinista ciò che si va cercando.

No davvero, è con tutt’altra moneta che il Mont Alt ti ripaga.

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La zona è quella della Moiazza, versante agordino, dove un’oasi di vegetazione e pietra si stacca verso sud e rimane un po’ in disparte ma proprio per questo suscita l’interesse e l’apprezzamento di molti appassionati.

Per compiere un ideale itinerario monografico si può partire da Malga Framont, raggiungibile in auto da Agordo, mentre l’accesso più facile è dalla sella del Passo Duran.

IMG_1439.JPGPartendo dal Passo ci si porta al Rifugio Carestiato mediante la comoda e panoramica strada bianca. Una volta al rifugio si imbocca il sentiero 554, che scende nella conca dei ghiaioni della Moiazza, lentamente l’attraversa e risale alla Forcella del Camp.

Dall’alto delle incombenti pareti dolomitiche non è raro provengano voci; sono i dialoghi a distanza, quasi urlati, dei coraggiosi che stanno affrontando una sfida davvero impegnativa, la via ferrata Costantini, il cui sentiero di ritorno si incrocia ad un certo punto. Questo pezzo del tracciato coincide con un tratto dell’Alta Via n. 1 ed è aspro e per certi versi accidentato, un assaggio dell’ambiente selvaggio che si andrà ad incontrare al lasciare la via maestra.

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Alla forcella del Camp si abbandona infatti il segnavia 554, che continua in direzione del Rifugio Vazzoler, e si scende a sinistra verso la paciosa ed umida prateria di Busa del Camp, sul fondo della quale si trova la casera.

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Il tracciato non arriva fino alla casera ma rimane in quota ai piedi delle rocce e poco dopo ricomincia a salire, correndo al margine di un vallone erboso che dà l’idea di una vecchia ferita, la cicatrice di un taglio netto nella roccia. Le pareti verticali di destra sono quelle della Lastìa di Framont e sembrano veramente tagliate con la “manera”. Il dromedario a due gobbe sull’altra sponda della valle è invece il Mont Alt, la nostra meta.

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Il sentiero va su, su, fino ad un intaglio, la Forcella di Sejere, dove vira decisamente a destra e di nuovo sale piuttosto verticale su una china erbosa. Quando ormai non se ne può più ecco finalmente il segno tanto atteso, la croce. Ogni monte è un calvario, si sa, e deo gratias quella è la cima.

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Non si fa a tempo a riprendere fiato che si rimane di nuovo senza fiato. Da molte cime, basse o alte che siano, si può osservare un panorama incredibile. Il Framont non è un’eccezione, ma conferma la regola.

Se su un lato vi è la splendida muraglia del Civetta, che nasconde alla vista i monti più a Nord, in ogni altra direzione lo sguardo percorre lunghe distanze, dal Gruppo S. Sebastiano verso il Cadore, alla Schiara, i Monti del Sole, l’Agner, le Pale di San Lucano, quelle di San Martino….. Giù nella valle, a vertiginosa profondità, c’è Agordo, ma meglio rientrare a distanza di sicurezza, affacciarsi sul ciglio fa davvero annebbiare la vista. Foto, ancora foto, a mitraglia.

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E così l’escursionista avrà di nuovo guadagnato il suo riposo e potrà a buon diritto tirar fuori dallo zaino le provviste, l’acqua, forse il thermos con il caffe ed il suo vizio preferito, se ce l’ha. E magari poi, soddisfatto, dormicchiare un po’ con la pancia piena.

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Il ritorno avviene per la medesima via, ed è prevedibile che come sempre possa essere più lento, taciturno e velato di una lieve mestizia.

Perché, come ben sappiamo e come diceva anche Galeno, “dopo la cima ogni animale è triste, compresa la femmina umana”.

ORME DEL PELMETTO: PASSEGGIATA SUL BAGNASCIUGA DI 215 MILIONI DI ANNI FA

img_2300Le orme dei dinosauri al Pelmetto furono notate per la prima volta nel 1982 da Vittorino Cazzetta, lo scopritore della sepoltura mesolitica di Mondeval ed uno fra gli ultimi (in ordine di tempo) di una prolifica infornata di archeologi e paleontologi autodidatti e dilettanti ma dotati di ingegno, tenacia e soprattutto passione.

E’ solo grazie a questi personaggi, spesso sottovalutati dagli accademici più accreditati, se alcuni siti leggendari, della cui esistenza si dubitava, sono stati riscattati dall’oblio e dai detriti del tempo.

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Per la verità il grande masso squadrato su cui sono impresse le orme tutto può dirsi tranne che nascosto e quindi da riportare in qualche modo alla luce. Essendo ben visibile anche da lontano è piuttosto probabile che abbia attirato in passato l’attenzione di pastori, cacciatori o boscaioli proprio per queste caratteristiche sequenze di buchi, dall’ordine chiaramente non casuale.

Quel che i frequentatori del luogo però non sapevano è che durante il triassico la parete del Pelmetto non era dura roccia dolomitica ma il molle fondale di una laguna. Nelle cui basse acque pascolavano gli erbivori del tempo, i dinosauri, inseguiti dai loro predatori carnivori, dinosauri anch’essi.

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Il sito è raggiungibile con una breve deviazione, ben segnalata, dal sentiero che dalla Forcella Staulanza conduce al Rifugio Venezia. Tempo di percorrenza circa un’ora. Meta dunque ideale anche per un’escursione d’autunno e perchè no, d’inverno.

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Il masso è in vista per gran parte dell’ultimo tratto di sentiero ma le orme si svelano solo da vicino e non mancano di produrre una forte emozione ed un senso di meraviglia.

Certo, è evidente, sono dei passi, una zampa, poi l’altra, come impronte lasciate da un animale sulla neve. Duecentoquindici milioni di anni fa, un tempo eterno, quasi inconcepibile.

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Sul posto c’è un cartello esplicativo ma il consiglio è quello di concludere il percorso di conoscenza con una visita al museo intitolato a Vittorino Cazzetta a Selva di Cadore, dove la parete dolomitica con le sue impronte è stata ricostruita e soprattutto dove, protetto da una teca di vetro e con tutto il suo corredo funebre, è stato collocato lo scheletro dell’Uomo di Mondeval.

Dal presente al passato remoto, buona passeggiata.