ANTICHI PASCOLI – CASERA BIDOCH

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Tra i vari pascoli un tempo gloriosi ed ora dismessi è imperativo riscoprire e tornare a frequentare Casera Bidoch, vecchio alpeggio che si trova a mezzacosta alle pendici del monte San Sebastiano.

Ci troviamo nella laterale Valle di Goima e purtroppo il luogo ha lo svantaggio di non trovarsi lungo uno dei tracciati escursionistici con numerazione CAI. Il sentiero n. 536 che dal Passo Duran porta alla baita Angelini passa infatti alcune centinaia di metri più a monte, senza nemmeno intravvedere o intuire la presenza della casera; motivo per cui chi non sceglie di andarci appositamente può rimanere all’oscuro della sua esistenza.

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Se qualcuno l’avesse visitata alcuni anni fa ne avrebbe tratto un’impressione cupa, di abbandono: l’edificio principale malridotto, il vecchio prato colonizzato dalla vegetazione, la vista tutt’intorno ostruita dall’incombere del bosco. Un luogo dimenticato. Ora a qualcuno (chi?) va il merito di aver  recuperato il posto, se non all’attività di alpeggio – auspicio per il futuro – almeno all’uso di boscaioli ed escursionisti.

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La casera è stata sistemata, il bosco intorno tagliato e l’accesso agevolato da una serie di collegamenti con comode strade forestali. Così l’ampia radura strappata alla foresta permette allo sguardo di espandersi e realizzare dove ci si trova. Ed è un posto davvero niente male: verso nord quella è l’alta valle di Goima, sullo sfondo l’imponente muraglia da cui precipita la cascata, il sovrastante Van de la Moiazza circondato dalla corona dolomitica. Un orizzonte così bello che da solo dà significato alla gita. Essere qui e ora per vedere questo, che poi è il senso ed il fine di ogni uscita in montagna.

IMG_2843.JPGCi sono due alternative per arrivarci. La prima è dal paese di Gavaz, dove si prende la strada forestale che scende nel letto del torrente Moiazza, attraversa il torrente su un ponte e sale poi sul versante opposto (indicazioni). Da Sottorogno e valle dell’Asinera il tragitto è invece più lungo: dopo gli ultimi fienili alla prima curva si prende la strada che si stacca a destra (la direzione opposta porta a Colcerver), si prosegue ignorando una prima deviazione a destra e girando, in discesa, alla seconda deviazione, in prossimità di un posto indicato da un cartello come “Aial dela Bressana”.

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La casera è aperta ed attrezzata come bivacco, mentre all’esterno troviamo gli immancabili tavolo e panca in legno, la fontana ed un nuovissimo barbecue con tanto di tettoia. Un grosso faggio, che risulta censito tra gli alberi monumentali della provincia di Belluno, offre gratuitamente la sua ombra.

Chi ha curato il recupero ha voluto dunque dare un chiaro messaggio: venite e godetene tutti. Perché non accogliere il suggerimento?

Grazie, si, con piacere.

GITA INVERNALE ALLA CASERA DI PRENDERA (E VOLENDO, A MONDEVAL)

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Chi ama combinare sole, neve, orizzonti e scenari invernali non potrà non inserire questa gita tra quelle preferite. Itinerario adatto sia allo sci alpinismo che alle caspe, si sviluppa in gran parte su versante soleggiato e perciò l’escursione si può organizzare anche nelle giornate di freddo intenso.

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Per portarsi alla partenza si scavalla la Forcella Staulanza e si percorrono un paio di chilometri di discesa verso la Val Fiorentina, fino al tornante da cui parte la strada per il Rifugio Città di Fiume, lungo la quale ci si dirige dopo aver parcheggiato l’auto.

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Partendo al mattino questo iniziale è l’unico pezzo di strada in ombra; anche da qua il Pelmo è un gran bel vedere, ma per il momento si frappone esattamente tra voi ed il sole.

La strada fino al Città di Fiume è battuta dal gatto delle nevi, percorrerla è una gradevole passeggiata ed insieme un buon allenamento scaldamuscoli per il prosieguo della gita.

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Al rifugio controllate le tabelle, la direzione da prendere è verso nord, sentiero n. 467. Da qua in avanti si esce dal cono d’ombra del Pelmo, la luce prende il sopravvento e la strada larga e comoda si fa un sentiero un po’ più angusto ma al tempo stesso quasi altrettanto ben battuto dai molti passaggi.

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Classicamente, più si sale e più si guadagnano chilometri d’orizzonte. L’ambiente è magnificente e l’aggettivo incontaminato può essere speso a ragione. Oltre alla bellezza della corona di montagne che vi circondano (troppe, per elencarle tutte) vi sorprenderanno la vastità e dolcezza dei pascoli, l’incanto di alcuni scorci di neve e roccia e la quasi assenza di strutture realizzate dall’uomo. Niente piloni, cavi, tubature, fanno eccezione solo alcuni elementi consustanziali al paesaggio come la casera verso la quale siete incamminati ed un fienile isolato che si intravvede nella Val de Busela.

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Poco dopo la Forcella de la Puina, quella di Roan, dalla quale il sentiero si innesta il n. 458 proveniente da San Vito e sale un po’ più ripido. La casera, già piccola e lontana, si avvicina pian piano sempre più.

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Finchè, infine, vi raggiunge. Qua potete fermarvi in un luogo riparato, fare uno spuntino se avete in mente di proseguire o nutrirvi e riposare se siete arrivati alla meta.

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Chi ha idea di continuare fa un vero affare: con poco meno di altri 150 metri di dislivello arriva in un luogo se possibile ancora più memorabile, la Forcella Ambrizzola, che apre la vista a nord verso il Rifugio Palmieri, muto nella neve a fianco del suo lago ghiacciato ed a sud verso uno dei posti in assoluto più emblematici delle Dolomiti, l’altopiano di Mondeval. Il masso sotto il quale è stata ritrovata la sepoltura mesolitica è poco lontano e può essere il punto d’arrivo ed il degno coronamento di un’escursione indimenticabile.

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Al ritorno troverete una bella sorpresa: il sole è avanzato lungo la sua parabola celeste ed illumina finalmente il Pelmo anche su questo versante, così come tutta la conca ed il corso della strada che vi riporterà al parcheggio.

Vi piacerà molto. Si accettano scommesse.

SENTIERI SELVAGGI: MONT ALT DE FRAMONT

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Davanti alla maestà del gruppo Civetta-Moiazza, di cui costituisce una sorta di contrafforte, il Framont è uno dei monti minori che passano quasi inosservati. Se poi del Framont si decide di non puntare alla vetta, la Lastìa, ma ad una delle sue punte più basse, allora si può tranquillamente affermare che non è la gloria dell’alpinista ciò che si va cercando. No davvero, è con tutt’altra moneta che il Mont Alt ti ripaga.

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La zona è quella della Moiazza, versante agordino, dove un’oasi di vegetazione e pietra si stacca verso sud e rimane un po’ in disparte ma che proprio per questo suscita l’interesse e l’apprezzamento di molti appassionati.

Per compiere un ideale itinerario monografico si può partire da Malga Framont, raggiungibile in auto da Agordo, mentre l’accesso più facile è dalla sella del Passo Duran.

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Partendo dal Passo ci si porta al Rifugio Carestiato mediante la comoda e panoramica strada bianca. Una volta al rifugio si imbocca il sentiero 554, che scende nella conca dei ghiaioni della Moiazza, lentamente l’attraversa e risale alla Forcella del Camp.

Dall’alto delle incombenti pareti dolomitiche non è raro provengano voci; sono i dialoghi a distanza, quasi urlati, dei coraggiosi che stanno affrontando una sfida davvero impegnativa, la via ferrata Costantini, il cui sentiero di ritorno si incrocia ad un certo punto. Questo pezzo del tracciato coincide con un tratto dell’Alta Via n. 1 ed è aspro e per certi versi accidentato, un assaggio dell’ambiente selvaggio che si andrà ad incontrare al lasciare la via maestra.

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Alla forcella del Camp si abbandona infatti il segnavia 554, che continua in direzione del Rifugio Vazzoler, e si scende a sinistra verso la paciosa ed umida prateria di Busa del Camp, sul fondo della quale si trova la casera.

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Il tracciato non arriva fino alla casera ma rimane in quota ai piedi delle rocce e poco dopo ricomincia a salire, correndo al margine di un vallone erboso che dà l’idea di una vecchia ferita, la cicatrice di un taglio netto nella roccia. Le pareti verticali di destra sono quelle della Lastìa di Framont e sembrano veramente tagliate con la “manera”. Il dromedario a due gobbe sull’altra sponda della valle è invece il Mont Alt, la nostra meta.

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Il sentiero va su, su, fino ad un intaglio, la Forcella di Sejere, dove vira decisamente a destra e di nuovo sale piuttosto verticale su una china erbosa. Quando ormai non se ne può più ecco finalmente il segno tanto atteso, la croce. Ogni monte è un calvario, si sa, e deo gratias quella è la cima.

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Non si fa a tempo a riprendere fiato che si rimane di nuovo senza fiato. Da molte cime, basse o alte che siano, si può osservare un panorama incredibile. Il Framont non è un’eccezione, ma conferma la regola. Se su un lato vi è la splendida muraglia del Civetta, che nasconde alla vista i monti più a Nord, in ogni altra direzione lo sguardo percorre lunghe distanze, dal Gruppo S. Sebastiano verso il Cadore, alla Schiara, i Monti del Sole, l’Agner, le Pale di San Lucano, quelle di San Martino….. Giù nella valle, a vertiginosa profondità, c’è Agordo, ma meglio rientrare a distanza di sicurezza, affacciarsi sul ciglio fa davvero annebbiare la vista. Foto, ancora foto, a mitraglia.

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E così l’escursionista avrà di nuovo guadagnato il suo riposo e potrà a buon diritto tirar fuori dallo zaino le provviste, l’acqua, forse il thermos con il caffe ed il suo vizio preferito, se ce l’ha. E magari poi, soddisfatto, dormicchiare un po’ con la pancia piena.

Il ritorno avviene per la medesima via, ed è prevedibile che come sempre possa essere più lento, taciturno e velato di una lieve mestizia. Perché, come ben sappiamo e come diceva anche Galeno, “dopo la cima ogni animale è triste, compresa la femmina umana”.

ORME DEL PELMETTO: PASSEGGIATA SUL BAGNASCIUGA DI 215 MILIONI DI ANNI FA

img_2300Le orme dei dinosauri al Pelmetto furono notate per la prima volta nel 1982 da Vittorino Cazzetta, lo scopritore della sepoltura mesolitica di Mondeval ed uno fra gli ultimi (in ordine di tempo) di una prolifica infornata di archeologi e paleontologi autodidatti e dilettanti ma dotati di ingegno, tenacia e passione. E’ solo grazie a questi personaggi, spesso sottovalutati e derisi dagli accademici più accreditati, se alcuni siti leggendari, della cui esistenza si dubitava, sono stati riscattati dall’oblio e dai detriti del tempo.

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Per la verità il grande masso squadrato su cui sono impresse le orme tutto può dirsi tranne che nascosto e quindi da riportare in qualche modo alla luce. Essendo ben visibile anche da lontano è piuttosto probabile che abbia attirato in passato l’attenzione di pastori, cacciatori o boscaioli proprio per queste caratteristiche sequenze di buchi, dall’ordine chiaramente non casuale. Quel che questi frequentatori del luogo però non sapevano è che durante il triassico la parete del Pelmetto non era dura roccia dolomitica ma il molle fondale di una laguna. Nelle cui basse acque pascolavano gli erbivori del tempo, i dinosauri, inseguiti dai loro predatori carnivori, dinosauri anch’essi.

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Il sito è raggiungibile con una breve deviazione, ben segnalata, dal sentiero che dalla Forcella Staulanza conduce al Rifugio Venezia. Tempo di percorrenza circa un’ora, con arrotondamento per eccesso o per difetto a seconda dell’allenamento. Meta dunque ideale anche per un’escursione d’autunno, neve permettendo.

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Il masso è in vista per gran parte dell’ultimo tratto di sentiero ma le orme si svelano solo da vicino e non mancano di produrre una forte emozione ed un senso di meraviglia. Certo, è evidente, sono dei passi, una zampa, poi l’altra, come impronte lasciate da un animale sulla neve. Duecentoquindici milioni di anni fa, un tempo eterno, quasi inconcepibile.

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Sul posto c’è un cartello esplicativo ma il consiglio è quello di concludere il percorso di conoscenza con una visita al museo intitolato a Vittorino Cazzetta a Selva di Cadore, dove la parete dolomitica con le sue impronte è stata ricostruita e soprattutto dove, protetto da una teca di vetro e con tutto il suo corredo funebre, è stato collocato lo scheletro dell’Uomo di Mondeval.

Dal presente al passato remoto, buona passeggiata.

SENTIERI SELVAGGI: TENTAZIONI A COL MARSANG, COL PELOS, BELVEDERE DI MEZZODI’, RIFUGIO SORA ‘L SASS

FOTO INIZIALEQuesto itinerario è l’ideale per camminatori in buono stato di manutenzione, amanti della natura selvaggia. Il dislivello è sostanzioso (circa 1100 m) e l’ambiente è quanto di più primitivo e vergine si possa desiderare nelle Dolomiti.
Detto questo, l’unica altra avvertenza, la più importante, è quella di partire solo se la giornata è assolata e limpida. No, non ci sono pericoli o problemi d’orientamento, ma è giusto che una discreta fatica venga coerentemente ripagata. Ed il panorama sbalorditivo con cui il Belvedere saluta i suoi visitatori (il nome non è un caso) è la miglior ricompensa desiderabile.
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Il percorso può essere ad anello, partenza ed arrivo in località Le Bocole, alla centrale idroelettrica.
Da qua, seguendo le tabelle, ci si avvia per il sentiero n. 531, che inizia a salire abbastanza ripidamente lungo la Val de Doa, passa il ruscello che scende in graziose cascatelle e continua verso sud-est, lungo la Valle del Maè. Il fastidioso ronzio che proviene dalla centrale vi accompagnerà a lungo, ma non ci farete caso più di tanto grazie alle vedute che il bosco qua e là vi concede verso Pelmo e Castelin.
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Dopo poco più di un’ora si arriva alla prima tappa, la Casera di Col Marsang, dove un grande dilemma vi attanaglierà: fermarsi o proseguire? La bella piana, la casera, gli ombrosi faggi centenari, la fontana-panchina da cui si gode una stupenda prospettiva sulle Rocchette e la Serra vi faranno seriamente tentennare.

Ripartirete, ma con il proposito di ritornarci, più avanti, con più calma.
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Ora comincia la parte più selvatica, lungo il sentiero 532 che si prende al successivo bivio. Il bosco è compatto all’inizio, ma passo dopo passo si fa più ispido e rarefatto, mentre il sentiero gira un costone e passa su un versante da cui si vede, profondissima, la valle del Maè che corre verso Longarone.

Dopo un dislivello un primo e subito dopo un secondo tratto di canalone che vi sembrerà eterno e man mano che lo salirete tale si confermerà.
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Suderete e ansimerete, ma abbiate pazienza, all’uscita sbucherete in un luogo che non vi aspettate, alto, selvaggio, magnifico. Le montagne davanti, irriconoscibili, sono le rocchette del Mezzodì ed il Pramper, viste da dietro. Alle vostre spalle, riconoscibilissime, Bosconero, Sfornioi e Rocchette.
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In un’altalena di saliscendi attraversate le Cime di Col Pelos, irsute d’erba e di baranci, vi avvicinate al Mezzodì e girate poi a destra sul sentiero che corre ai suoi piedi (sempre il n. 532). La salita è dolce e regolare ma dopo lo sforzo già fatto e con la meta in vista la stanchezza si fa sentire. Non vedrete l’ora di arrivare.

Il Belvedere è il punto più alto raggiunto dalla gita. Una volta assisi sul suo trono, calmato il respiro, rallentato il battito del cuore, lasciate che subentri lo stupore. Oooh!
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La cartolina classica della Val di Zoldo è questa. Quasi tutta la valle è in vista, i paesi si riconoscono uno per uno, da Forno a Pecol, tanto piccoli e lontani laggiù. Intorno le montagne, splendide, immerse nella luce meridiana. Illuminatevi d’immenso senza fretta, da qua in poi è tutta discesa.

A scendere verso il Rifugio Sora ‘l Sass ci sono due sentieri: quello di sinistra è per il primo pezzo verticale e attrezzato con una fune metallica; quello a destra gira verso l’esterno ed è più agevole.
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L’ennesima tentazione della giornata vi attende al rifugio. Perché andarsene da un posto così, proprio ora che si avvicina il tramonto? Il piccolo rifugio è ancora l’originaria casera, il dormitorio è una graziosa costruzione in legno, la piana è tranquilla ed aperta, le guglie del Mezzodì, tornite dal tempo, svettano aeree sopra di voi. Di fronte, una vista incredibile. Infatti: perché andarsene? Fermarsi per cena e pernottare in rifugio è una possibilità.
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L’altra è quella di tornare a valle. I percorsi sono almeno tre, ma vi consigliamo di scendere per il sentiero 534 e, alle casere del Mezzodì, continuare verso destra. Arriverete a Baron, da dove un sentiero che corre lungo il corso del Maè vi riporta alla centrale da cui siete partiti.

APPELLO: noi abbiamo fatto la gita in una giornata con pessima visibilità, quindi le poche foto disponibili sono piuttosto mediocri. Se qualcuno di voi ha avuto maggior fortuna può inviarci le sue. Saranno pubblicate citando (se lo vuole) l’autore. Grazie

GITA POCO CLASSICA AL PELMO, IL MONTE SENZA LATO B (GIRO MONTE PENA, SASS DE FORMEDAL)

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Il Pelmo, lato A o lato B?

Chi arriva da queste parti ha alcuni appuntamenti fissi da cui non può assolutamente esimersi. Uno di questi è con il Pelmo, una tra le poche montagne dolomitiche con una propria, fantastica fisionomia da ogni angolo la si guardi. Qualcuno direbbe una montagna senza lato B, ma gli appassionati del genere (…) potrebbero non essere d’accordo e ribaltare l’affermazione: non senza, ma SOLO lato B!

Del resto ogni luogo ha la sua attrazione principale, una che più delle altre rimane nel cuore. E a giudicare dalle fitte colonne di gitanti che in estate troviamo sulle direttrici principali che portano in zona – punto d’appoggio il Rifugio Venezia –  il Pelmo è certamente la nostra.

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il sentiero a più corsie da Passo Staulanza, da farsi al ritorno (Antelao e Pena in lontananza)

Intendiamoci, il luogo è meraviglioso, unico, e pur di esserci e goderne si sopporta più che volentieri un po’ di traffico. Se però siete tra chi associa alla montagna la pace ed il silenzio troverete che questa variante di percorso può fare al caso vostro.

Prima di partire munitevi, oltre che dell’equipaggiamento dell’attento escursionista, di una settimana di bel tempo, e a quel punto progettate la gita per il 6° o 7° giorno. Fra poco saprete perché

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abbondanti fioriture

Ci si avvia dalla stalla poco sopra Zoppè di Cadore, dove si trova parcheggio, e si segue in principio l’itinerario canonico: strada verso Rifugio Talamini e, al Cristo, deviazione a sinistra. Dopo alcune centinaia di metri di salita su strada sterrata, in prossimità del primo tornante a gomito ci si stacca verso destra, imboccando il sentiero n. 493. Scopo della gita è infatti arrivare al Rifugio Venezia aggirando il Monte Pena dal lato nord.

Il sentiero da qua sale con scarsissima pendenza attraverso un bosco di conifere, a tratti aperto e fiorito, a tratti ombroso ed in alcuni punti umido e paludoso. Per questo si consiglia il bel tempo, anche se parecchie passerelle aiutano il passaggio nei punti più fangosi.

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verso Forcella Colonel de la Stanga

Raggiunta la forcella Colonel de la Stanga il sentiero prende a scendere per qualche decina di metri e poi, attraversato un ruscello, ricomincia a salire. Ora, man mano che si prende quota, l’orizzonte si apre e si ingrandisce sempre di più e appaiono i monti della valle del Cadore sulla destra ed un insolito, seghettato Pelmo davanti.

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ruderi di casera e pascolo verso il Cadore

Salendo ancora si alza il punto d’osservazione, la vista spazia lontanissimo, il Pelmo diventa gigantesco e comincia a delinearsi il Caregon del Padreterno, la sua forma più conosciuta. Finalmente si arriva al punto più alto; laggiù, poco più sotto, nel mirino compare il Rifugio Venezia. Là punterete e da là ripartirete una volta defaticati e sfamati.

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sotto il Caregon spunta il Rifugio Venezia

Per il ritorno percorrete un primo tratto di  “autostrada”, il brulicante sentiero n. 472 che porta alla Forcella Staulanza. Strepitose le classiche vedute del Pelmo (e Pelmetto) che vi accompagnano sulla destra, mentre il gruppo della Civetta riempie parte dell’opposto orizzonte. Al successivo incrocio girate a sinistra per il sent. 499. State scendendo verso Zoppè in direzione S/E, compiendo una sorta di periplo ideale del monte Pena, o Penna, che vi mostra ora il caratteristico versante sud che tanto ispirò il pittore Masi Simonetti.

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dal ciglio del Sass de Formedal, verso Zoppè

Ad un certo punto vi ritroverete d’improvviso su un balcone proteso sull’abisso: siete sopra al Sass de Formedal e davanti agli occhi vi si apre un grandioso panorama sullo zoldano. Immediatamente dopo è necessaria molta attenzione nello scendere la ripida traccia, che prosegue poi su un agevole sentiero e infine si fa strada, correndo sulle creste ondulate che dividono la Val di Zoldo e la Valle di Zoppè.

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inquietanti presenze al Sass de Formedal, è forse un avviso di pericolo?

Al Passo di Tamai girate in direzione Zoppè. Lungo la strada incontrerete la Casera di Bragarezza ed il circostante pascolo abbandonato e arriverete al capolinea nei pressi del cimitero, qualche chilometro sotto il paese. Qua, se la mattina siete stati previdenti, avrete parcheggiato una seconda auto con cui portarvi al punto di partenza.

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Pelmo, lato B o lato A?

Serve forse dirlo? Anche stavolta ne sarà valsa la pena.

VEDI IL FELTRINO E POI… (*)

Ma quale esagerazione, è così, il Feltrino va visitato almeno una volta nella vita. Ma solo dopo aver visto la città, e senza la pretesa di seguire un ordine prestabilito e di vedere esaurite ..le specialità del menu!

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il Feltrino dalla chiesetta di  S. Mauro

Probabilmente il modo migliore per cominciare è quello di salire al passo Croce D’Aune, da dove spiare la pianura e le Vette Feltrine. Strada facendo si attraversa Pedavena, conosciuta da tutti per il birrificio e la birreria più grande d’Italia, ma che merita di essere esplorata soprattutto per le sue ville venete. Il monte Avena, che si risale, è invece un luogo interessantissimo dal punto di vista archeologico. Scavi stratigrafici hanno portato alla luce in località Campon una cava di selce risalente al paleolitico ed organizzata, incredibilmente, secondo il principio della suddivisione delle fasi di lavoro, come in una moderna industria litica. Ahimè però sul posto non v’è traccia del sito e per saperne di più bisogna spingersi fino al museo civico di Belluno.

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murales e cortili a Soranzen

Di ritorno, è bello percorrere la pedemontana e smarrire il filo tra i diversi borghi rurali che si incontrano lungo la strada (Villabruna, Soranzen, Cesiomaggiore ecc.). Deviazioni obbligatorie sono il viale di Cart, romantica strada ombreggiata da carpini centenari e fiancheggiata da ville venete ed il sorprendente Castel Lusa, all’imbocco della Valle di San Martino.

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Castel Lusa, l’antico fossato?

Il castello fu edificato per scopi difensivi dopo la caduta dei Longobardi, tra l’VIII ed il X sec, nel sito di un castelliere dell’età del bronzo, e deve il nome alla famiglia guelfa dei Lusa, che tra il XII ed il XIV secolo lo ricostruì dopo due terribili terremoti. Con l’avvento della Repubblica Veneta, nel ‘400, ma soprattutto con i Villalta nella prima metà del ‘500, subì varie modifiche e divenne un edificio residenziale. Il complesso oggi ospita l’Accademia del Melograno, un centro di documentazione sulle arti antiche.

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Castel Lusa

A sud-est di Feltre, su una balconata del monte Miesna che domina la piana, si impone allo sguardo il Santuario dei Santi Vittore e Corona, Patroni della città. Monumento nazionale, gioiello dell’arte romanico-bizantina, venne costruito in soli cinque anni a partire dal 1096 su un precedente luogo di culto e modificato alla fine del XV secolo dai Padri Fiesolani, che accanto all’originaria chiesa eressero il convento.

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Basilica Santuario dei Santi Vittore e Corona – chiostro

All’interno della basilica affreschi di scuola giottesca, emiliana e di Tommaso da Modena, tra cui spiccano il giudizio universale, la storia del martirio dei Santi Vittore e Corona e la celeberrima ultima cena con i gamberi di fiume. Nel Martyrium si trova l’arca con le reliquie dei due santi, che sarebbero stati martirizzati in Siria nell’anno 171 e la cui origine mediorientale è confermata da recenti studi sui pollini. Emozionante la salita al Santuario attraverso l’erta Via delle Vacchette, ma per apprezzarla fino in fondo va conosciuta la suggestiva leggenda sulla traslazione delle reliquie. Omissis.

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l’ottocentesca scalinata al Santuario, opera del Segusini

Poco distante dal Santuario, in una zona compresa tra il Piave ed il paese che le da il nome, ecco l’oasi naturalistica del Vincheto di Celarda. Un’area umida e di risorgive, dove è possibile passeggiare, riposare o studiare tra ruscelli, laghetti, boschi e prati verdissimi. Gestita dal Corpo Forestale dello Stato, è attrezzata il bird watching e vi si trovano, tra l’altro, recinti di ripopolazione e di cura e riabilitazione di animali selvatici. Tra gli ospiti è possibile scorgere l’aquila impegnata negli esercizi di volo. Finita la visita, chi avrà ricordato di prenotare con congruo anticipo (alcuni mesi) potrà premiarsi con un pranzo nella rinomata osteria di Celarda. Agli altri non rimane che la grassa consolazione di un pic-nic nel Vincheto tra gli alberi ed il canto degli uccelli….

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la voliera dei rapaci, Vincheto di Celarda

Dulcis in fundo le Vette Feltrine, dove gli aficionados della montagna si potranno concedere qualche giorno di trekking nel paradiso del Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi. Scrigni di vita vegetale rara o unica, testimoni di fenomeni geologici antichissimi e di una vita rurale molto più recente, le Vette Feltrine sono dei veri capolavori della natura.

Che stanno a Feltre come il Vesuvio sta a Napoli.

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Vette Feltrine, ne la Busa de le Vette

(*) vivi

FOLIAGE A MAGGIO, CINQUANTA+ SFUMATURE DI VERDE

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E’ in cartellone in questo periodo uno spettacolo che si replica immutato da milioni di anni. Prati e boschi, sorbita l’acqua della neve disciolta, assaggiato il sole caldo della bella stagione ed apprezzate le lunghe ore di luce, hanno finalmente intrapreso un nuovo ciclo di vita. Le gemme degli alberi si sono gonfiate e pian piano hanno emesso foglie delicate. Sui prati l’erba fresca è spuntata dal fondo secco ed in poco tempo ha tinto la superficie di un verde uniforme, punteggiato di colori. Sai che novità, si dirà, è l’ennesima primavera!

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passeggiata di primavera sulla forra del Maè, imbocco della Val Caoran

Vero, non tutti si fanno commuovere dalla primavera. Sono pochi ad osservare che il verde “neonato” è più tenue e delicato di quello “maturo” e che il bosco di maggio è una tavolozza assai diversa da quella di luglio. Solo una minoranza riesce a notare come la luce del mattino accenda di colori più intensi il fogliame. E ancor meno sono i sinceri appassionati che provano un reale interesse a contemplare il bosco, a distinguerne le macchie, le forme ed i colori ed a riconoscerne le varie specie.

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Ciononostante, in questa stagione di ripresa vegetativa la lunga, tortuosa strada che collega la valle con il resto del mondo può serbare per tutti piacevoli sorprese. Chi si astrae dalla difficoltà della guida e dall’oppressione delle strette sponde può ammirare una natura meravigliosa. Sui tormentati versanti rocciosi e nelle valleselle secondarie esplodono di nuove foglie e germogli boschi di faggi, carpini, larici.

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E in questo ambiente selvaggio e con un tale trionfo di verde, illuminato da lame di sole o bagnato dalla pioggia, vengono stranamente in mente abbondanze di foreste lontane, il Borneo, i Tipui…

A voi l’esotica Val di Zoldo.

MALEDETTO PRIMAVERNO

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Passa dicembre, poi gennaio. S’avanza febbraio e le montagne ancora si stagliano contro il cielo azzurro grigie di roccia, nere di terra, brune di prati arsi di sete. Di bianco, nemmeno l’ombra.

Gli operatori turistici, celebrato in gran pompa il funerale dell’inverno, dopo aver asciugato l’ultima lacrima sono tutti pronti a spremersi le meningi. “Come diavolo faremo a campare, gli inverni non saranno più quelli di una volta, per andare avanti ci tocca reinventarci”. E a quel punto se ne sono sentite di belle: “noleggiamo mountain bike”, oppure: “usiamo le piste per lo sci d’erba”, o ancora: “facciamo un calendario di trekking invernale”, “organizziamo la settimana marrone”, “lanciamo il torrentismo sul ghiaccio” e addirittura: “organizziamo i campionati di pattinaggio al lago di Coldai” e via così, in un crescendo di italica inventiva.

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Tutti a dimenticarsi che la stagione della grande nevicata, dopo quella memorabile del 1951, è stata solo due anni fa. Siamo stati smentiti, tutti.

Eccoci a marzo dunque. Chi ama davvero la neve si sente infine appagato. Chi invece la ama un po’ meno, almeno lontano dalle piste, non riesce a celare il proprio disappunto. A marzo l’animale uomo sente il risveglio della natura ed è normale che abbia voglia di primavera, di fiori e passeggiate all’aria aperta.

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Tutto rinviato. In ritardo l’inverno, in ritardo la primavera. Quel che verrà dopo, nessuno, o quasi, lo sa.

Ma intanto nessuno si riposi, tutti a escogitare l’affare del futuro, in attesa del prossimo, imminente ed immancabile scherzetto delle stagioni.

 

FENOMENOLOGIA D’INVERNO AI TABIA’ DI ASINERA

 

Prendiamola con filosofia. Se quest’anno non nevica, andiamo a cercare l’Inverno dove il Beneamato ha deciso di manifestarsi.

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nei pressi di “Pont Picol”

Tutto sommato il freddo non è mancato, in special modo negli ultimi tempi. E quando c’è freddo, quello vero, in presenza d’acqua o umidità la natura non fa mancare lo spettacolo.

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il Ru Asinera

Accade allora che si vedano fenomeni mai notati d’estate, come l’acqua che trasuda dal terreno o dalla porosità di una roccia, che ora si svela in variegate incrostature di ghiaccio, o piccoli ruscelli dalla portata intermittente, trasformati dal gelo in serpentine di un color bianco-azzurrognolo.

IMG_2491.JPGIn altre situazioni, ove la pendenza è minore, un placido torrentello appare invece come una vera e propria colata di ghiaccio, mentre corsi d’acqua un po’ più grossi, quelli che scendono impetuosi tra salti e cascatelle, sembrano aver congelato in un’istantanea il loro movimento.

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Con quattro passi in questa ombrosa vallesella secondaria, normalmente negletta, tra cataste di legna e vecchi fienili recuperati come chalet, si possono osservare tutte queste diverse rappresentazioni dell’inverno.

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oltre il Ru Asinera l’ex mulino, che azionava non una macina ma una zangola

La località si raggiunge da Sottorogno, dove si può parcheggiare l’auto. Da qui, calzati i necessari ramponcini (non tentare assolutamente di andarci senza) e muniti di racchette, la direzione è quella della strada forestale del Col Baion. Subito si attraversa il ponte sulla Moiazza, con il torrente rumoreggiante sotto la crosta di ghiaccio, e qualche metro dopo un altro ponticello sul ruscello che andrà poi risalito, il Ru Asinera.

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chalet, alle spalle lo Spiz Zuel

La strada si inerpica all’inizio con una buona pendenza, che poi diminuisce, ed è coperta di ghiaccio vivo nelle zone più ombrose, dove la poca neve caduta è stata inzuppata dalla successiva abbondante pioggia. Coi ramponi ai piedi, nessun problema.

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la Moiazza

Il tragitto è breve se ci si ferma ai fienili, ma la durata della passeggiata può essere decisa camminata stante. Chi ci ha preso gusto può proseguire verso Col Baion e Colcerver, oppure, subito deviando a destra, verso casera Bidoch.

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Tutt’intorno l’inverno è presente ovunque, e non attende altro che di essere immortalato.

Almeno fin che dura.