RITORNO ALLA PREISTORIA AI COVOLI DI LAMEN

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Nella bellissima e appartata valle di Lamen, a Nord di Feltre, non tutti sanno che esiste un sistema di ricoveri sottoroccia frequentati da popolazioni umane lungo tutta la traiettoria storica, dalla preistoria ad oggi.

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La formazione di queste cavità risale alle glaciazioni del periodo quaternario, grazie ai progressivi distacchi provocati dall’azione di gelo e disgelo dell’acqua filtrata nelle fenditure delle rocce. Le nicchie si ingrandirono in seguito a causa del crollo delle volte, e fu proprio il materiale lapideo precipitato alla base a stratificarsi ed a permettere così che molte testimonianze di vita umana siano arrivate a noi.

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Lo studio degli strati ha infatti portato alla luce reperti appartenenti ad un arco temporale che va dal neolitico, all’età del bronzo, fino al medioevo, però i covoli furono frequentati anche in seguito, dato che sono stati trovati, per esempio, anche frammenti di granata delle due guerre mondiali.

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Gli archeologi ipotizzano che i ricoveri venissero utilizzati già nel neolitico e nell’età del rame come dimore temporanee legate alla caccia, alla pastorizia ed alla frequentazione dei pascoli delle Vette Feltrine. Dal ritrovamento di fave si desume che nell’età del bronzo vi si praticasse anche una certa, marginale attività agricola, mentre la vicinanza di un’importante via di transito come il passo Croce d’Aune fa ritenere che l’area fosse probabile zona di passaggio di viaggiatori diretti nell’odierno Trentino.

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In epoca più recente si sa invece che queste cavità sono state usate come rifugi difensivi durante le guerre, in quanto nascoste, o come ricoveri di attrezzi e legname, perché asciutte.

Gli scavi hanno recuperato, tra altri reperti, manufatti in selce e cocci di vaso a bocca quadrata riferibili al periodo neolitico, una forma di fusione, due spilloni e frammenti di un falcetto dell’età del bronzo, due monete romane, un anello-sigillo in bronzo di epoca tardo-Romana e nove monete coniate dalla Repubblica di Venezia nel XIII secolo.

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Venendo al nostro tempo, alcuni dei covoli più rappesentativi ed accessibili sono stati collegati in un anello tematico, che inizia alla testata della Valle di Lamen, passato l’agriturismo, nei pressi del piccolo parcheggio.

L’itinerario, segnato e tabellato dal Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi, si articola in due diversi tracciati che si incrociano: i covoli bassi, che rimane a quota più bassa ed è classificato come E (escursionistico), ed i covoli alti, per raggiungere i quali si deve salire brevemente un canalone ed affrontare un tratto in “arrampicata” su sentiero un po’ esposto, comunque assicurato con un cordino metallico (classificazione EE, escursionista esperto). Per l’intero giro circa cinque ore. Alla fine del percorso, dopo i ricoveri alti si approda al monte Pafagai, da cui si rientra su facile strada.

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Passo dopo passo, accompagnati da una sensazione si solennità ci si rende presto conto che questa, più che gita, è una processione.

Consci che millenni di esperienza umana sono rimasti depositati strato su strato, su strato, sul fondo dei covoli, si è indotti ad avvicinarsi a queste nicchie con rispetto sacrale, come fossero le stazioni di una sorta di via crucis terminante, guarda caso, con il crocifisso del monte Pafagai.

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E trovare negli antri i tizzoni spenti di un piccolo fuoco, o il guscio di una noce lasciato da chi solo di recente vi ha sostato, forse per ripararsi da un temporale improvviso, ci fa capire che anche noi, da buoni ultimi, siamo i temporanei residenti (o transitanti) di questi luoghi.

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Il parallelo è servito e la mente vola…

Si insinua così, involontaria, un’immagine sfuocata di questo antico mondo perduto: gli animali al pascolo, le cataste di legna, le pareti nere di fuliggine, il fumo, il vapore delle marmitte sul fuoco e gli umani come sempre presenti ma a loro modo assenti, assorti nelle loro attività…  Tanto distanti nel tempo, tanto simili a noi.

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D’AUTUNNO E’ MEGLIO: MONTE E CASERA ZERVOI

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Per quanto incredibile, d’autunno la montagna è pressoché deserta. Noto è che gli italiani sciamano d’agosto, ma in questo periodo sono pochi anche gli stranieri che scendono da nord fin oltre il vecchio confine austro-ungarico. Eppure sono in tanti a giurare – noi fra loro – che la montagna immersa nella luce e nei colori autunnali diventi ancora più bella.

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Caiada, da sinistra vs destra: Casera Caiada, Col d’Igoi, Malga Palughet

Ci sono persino luoghi che è consigliabile frequentare solo dopo che il caldo dell’estate ha lasciato posto al frizzante fresco autunnale. E’ il caso di certi tracciati a bassa quota che salgono pendii esposti impietosamente al sole, o che attraversano pietraie in cui le vipere potrebbero cercare riparo, o peggio, sentieri che passano ai margini di sterpaglie e prati incolti dove in agguato c’è l’animale probabilmente più infido che esista in natura, l’ixodes ricinus. Per noi profani, zecca.

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Ci hanno insegnato che ogni essere vivente ha un suo posto, una funzione che è sua propria e di nessun altro nel grande pentolone della vita. Quale sarà la missione di questo minuscolo corpuscolo succhiasangue, forse quella – ingrata assai – di diffondere malattie infettive anche gravi?

Sappiamo che purtroppo certe aree del bellunese sono afflitte da questo flagello. E allora quale può essere lo stratagemma per godere senza timore di questi luoghi se non attendere che con i primi freddi le zecche entrino in un relativo stato di “ibernazione”?

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Casera Cajada

L’escursione al monte Zervoi ci porta in un luogo davvero rappresentativo del Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi e per tutti i motivi di cui sopra è preferibile effettuarla d’autunno.

La gita inizia dalla piana di Cajada, raggiungere la quale potrebbe rappresentare l’unica problematica degna di nota dell’escursione. Si scherza, ma non troppo. La strada che per circa 7 chilometri sale da Faè di Longarone è davvero strettina, spettacolare ma ripida  e spesso senza protezioni, sia dall’alto che verso il basso. Ad ogni chilometro, a lato della strada compare un cartello con il seguente invito, da accogliere alla lettera: ADAGIO, SUONARE.

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Col d’Igoi

Una volta al sicuro (!) nella prateria di Casera Cajada si può parcheggiare e percorrere a piedi la strada che con vari saliscendi attraversa la conca. Cajada è un’ampio catino circondato di creste, coperto da una foresta demaniale già nota alla Repubblica Veneta, che la sfruttava per ricavarne legname per i remi. Il bosco è compatto, continuo, intercalato solo dai pascoli di casera Caiada, da quello di Col d’Igoi ed infine di Malga Palughet.

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Malga Palughet

Nelle mattine di ottobre è possibile trovare Malga Palughet immersa nella nuvola di vapore della brina sublimata dal primo sole. Alla malga, dalla stradina carrozzabile si dirama il sentiero n. 509 e finalmente si inizia a macinare quota. La salita è piuttosto ripida ed il primo pezzo, come di frequente capita, è chiuso nel bosco. Dopo la forcella Palughet gli spazi si fanno più aperti ed il panorama si espande.  A valle sono visibili il corso del Piave, da Longarone a Ponte nelle Alpi e la conca  dell’Alpago, mentre di fronte, roccioso, inaccessibile, così si presenta il versante nord del Serva,  ben altra cosa rispetto alle dolci pendici di velluto che si vedono da Belluno.

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Più su il paesaggio diventa glabro e si intuisce che questo può essere il pascolo di casera Zervoi. E infatti poco dopo eccole, stalla e casera in posizione strategica e assolata. Breve sosta, non è questa la meta finale.

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da Casera Zervoi verso il Serva

Da qua in avanti occhio agli ometti in pietra perché per il poco che rimane da salire il sentiero diventa una semplice traccia che serpeggia lungo l’unica fascia priva di mughi in direzione della cima. Altri 100 metri di dislivello per una ricompensa che si preannuncia ricca, specie quando per un po’ fa capolino sulla destra la sagoma piramidale del Pelf.

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Le speranze sono ben riposte. E’ su in cima che il Zervoi ci dà il suo meglio: a nord-ovest  emerge d’improvviso come dal nulla la montagna più cara ai bellunesi, la Schiara, la cui visione è in parte coperta da un altrettanto imponente Pelf. Insieme, i due fratelli sono una parete dolomitica di considerevole stazza, su cui trionfa la punta-simbolo, la Gusela del Vescovà.

Da quest’altra parte invece…

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No, stavolta lasciamo il discorso in sospeso…

Chi vuole conoscere il finale non ha che da infilarsi gli scarponi, caricarsi lo zaino in spalla e venirci di persona. Buona, buonissima passeggiata.

GIRO DEL SAN SEBASTIANO, UN ALTRO SENTIERO SELVAGGIO

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Van de Caleda, vs Cima Nord di San Sebastiano e omonima forcella

Tra le escursioni nella Val di Zoldo il giro del San Sebastiano, ancora poco frequentato, spicca per la sua autenticità selvaggia e per la girandola di emozioni che riesce a suscitare. Qua proponiamo l’anello più breve, limitandoci al monte più a nord della catena, il San Sebastiano appunto, ma l’intero gruppo porta questo nome e comprende anche altre cime che si sviluppano in direzione Sud-Est, il Tamer ed il Castello di Moschesin le principali. Non me ne vogliano gli zoldani ma la catena mostra tutto il suo splendore (grandemente sottovalutato) soprattutto dal versante agordino. Ecco le prove:

giro del San Sebastiano

il Gruppo del San Sebastiano – veduta dal Rifugio Scarpa

Incominciamo col dire che l’itinerario è un tantino esigente. Esige, il termine è corretto, che lo si affronti con nelle gambe un buon allenamento; il percorso ha un discreto sviluppo, mentre il dislivello, dato dalla somma di diversi saliscendi, arriva a circa 1000 metri. Esige poi che l’escursionista non soffra di vertigini, abbia un discreto senso dell’orientamento e sappia muoversi in situazioni che comportano un rischio moderato, come su ghiaione verticale e su ripidi canalini. Ancora, richiede che l’attenzione non venga mai meno perché il sentiero raramente dà respiro: sassi, radici, sbalzi sembrano messi apposta di traverso per far inciampare chi si distrae anche solo per un momento. Pretende molto, diciamolo pure, ma quanto offre è molto più quel che chiede.

giro del San Sebastiano

Certo, non è affatto esagerato dire che il San Sebastiano offre nientepopodimeno che un pacchetto completo di esperienze nell’universo dolomitico. Si passa dal contatto stretto con maestosi monoliti ed ampi valloni solitari (van) culminanti in ripide, strette forcelle, all’esperienza del bosco delle grandi conifere e di quello ispido e selvaggio dei pini mughi, dalla visione ravvicinata di fiori nascenti dalla roccia a quella lontana di monti e vallate. E molto, molto altro.

L’anello può essere effettuato sia in senso orario che in senso antiorario. Il punto di partenza, e dunque di arrivo, è il passo Duran.

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casera Caleda nuova

Scegliendo di girare in senso antiorario ci si incammina per il sentiero n. 524. Il primo tratto, nel bosco, è un attraversamento con pochi strappi in salita. Si passa a monte della Casera Caleda nuova, che ad un certo punto si scorge, e ci si avvicina pian piano al torrione del Sass di Caleda. Qui si trova il punto con maggior pericolo della gita, un passaggio esposto ma fortunatamente attrezzato con un cordino di sicurezza. Dopo aver passato un ruscello dalle gelide acque il sentiero incomincia a salire spedito, il bosco fa posto ai mughi e più su ad erba e pietre fino al punto in cui l’alto Van di Caleda si svela in tutta la sua magnificenza.

giro del San Sebastiano

il Van de Caleda visto dall’alto

Qua convergono le colate detritiche che scendono dal Tamer da una parte e dal S. Sebastiano dall’altra. Attenzione, va preso il sentiero di destra, quello che conduce alla forcella La Porta – che già si intuisce ma ancora non si vede – mentre l’alta forcella esattamente di fronte è quella di San Sebastiano, passaggio obbligato di chi, magari provenendo dal Viaz Dei Cengioni, decide di salire alla Cima Nord.

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dalla Forcella La Porta verso il Van de le Forzele e lo zoldano

Ancora una scarpinata su per il ghiaione, su traccia non sempre chiara ma la forcella è là, si staglia netta, e dove i segni rossi si perdono l’occhio indovina passaggi alternativi. Posto stupendo la forcella la Porta, belvedere verso i monti del basso zoldano e balcone a picco sul catino del Van de Le Forzele. Dall’alto il van fa impressione, così incastrato tra il Tamer e la Gardesana, con le sue sponde quasi verticali di ghiaione a grana fine ed i massi più grossi scivolati sul fondo.

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Forcella La Porta vista dal fondo del Van

Il sentiero comincia a scendere per un canalino dal terreno instabile, è richiesta prudenza, prosegue in diagonale sul piano inclinato del ghiaione e ripidamente raggiunge la testata del vallone. Da qua le tracce sono più d’una ma tutte si ricongiungono alla base del van, dove di nuovo è presente la vegetazione, il sentiero si fa ben marcato e gira a sinistra. Prossima tappa la Baita Angelini, che da qua si raggiunge in circa mezz’ora.

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l’alto Van de le Forzele

L’edificio è proprio una tipica baita, è aperta ed allestita come bivacco e sorge su una piccola elevazione dal suggestivo panorama verso la valle. L’acqua fresca del “brent” ristora il viandante e la probabilità che gli venga voglia di fermarsi e pernottare è molto alta.

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la Baita Angelini

Chiudere l’anello in giornata vuol dire però rimettersi in marcia sul sentiero n. 536 verso il Passo Duran. Se è stato stimolante e avventuroso arrivare fin qua non si creda che sia finita. Dopo una breve risalita tra sassi e mughi si arriva su uno sperone roccioso, dal quale il sentiero pare letteralmente precipitare verso un altro van, quello dei Gravinai. E’ la Forcella de le Caure (delle capre), ed il toponimo suggerisce un passaggio dove forse le capre saltellano a loro agio ma gli esseri umani devono essere cauti al massimo per non scivolare.

Giro del San Sebastiano

dal fondo del Van dei Gravinai verso il ripido sentiero della Forcella de le Caure

Attraversato il Van dei Gravinai si arriva ad un’altra sella, anch’essa panoramica, la forcella di Val Barance, dove si stacca il sentiero n. 539 verso Colcerver. Proseguendo sul n. 536, con vari saliscendi ancora si incontrano scorci degni di una foto, in particolare all’aggirare l’ultimo lembo del costone delle Crode del Mezzodì, detto la Coda, dove sotto la roccia si trova un ampio covolo e dove, cambiato versante, si cominciano a vedere la Moiazza ed i paesi della Valle di Goima. Ad un certo punto i rumori della strada si fanno sentire ed in seguito, quasi all’arrivo, si palesa la serpentina d’asfalto in prossimità del passo.

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dalla Forcella de Le Caure verso il sempre presente Pelmo

Giro concluso. Nella pace dell’appagamento che sempre accompagna l’inevitabile stanchezza, il pomeriggio a questo punto è inoltrato, non rimane che concedersi una fetta di torta al passo Duran, che è spesso particolarmente buona.

ANTICHI PASCOLI – CASERA BIDOCH

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Tra i vari pascoli un tempo gloriosi ed ora dismessi è imperativo riscoprire e tornare a frequentare Casera Bidoch, vecchio alpeggio che si trova a mezzacosta alle pendici del monte San Sebastiano.

Ci troviamo nella laterale Valle di Goima e purtroppo il luogo ha lo svantaggio di non trovarsi lungo uno dei tracciati escursionistici con numerazione CAI. Il sentiero n. 536 che dal Passo Duran porta alla baita Angelini passa infatti alcune centinaia di metri più a monte, senza nemmeno intravvedere o intuire la presenza della casera; motivo per cui chi non sceglie di andarci appositamente può rimanere all’oscuro della sua esistenza.

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Se qualcuno l’avesse visitata alcuni anni fa ne avrebbe tratto un’impressione cupa, di abbandono: l’edificio principale malridotto, il vecchio prato colonizzato dalla vegetazione, la vista tutt’intorno ostruita dall’incombere del bosco. Un luogo dimenticato. Ora a qualcuno (chi?) va il merito di aver  recuperato il posto, se non all’attività di alpeggio – auspicio per il futuro – almeno all’uso di boscaioli ed escursionisti.

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La casera è stata sistemata, il bosco intorno tagliato e l’accesso agevolato da una serie di collegamenti con comode strade forestali. Così l’ampia radura strappata alla foresta permette allo sguardo di espandersi e realizzare dove ci si trova. Ed è un posto davvero niente male: verso nord quella è l’alta valle di Goima, sullo sfondo l’imponente muraglia da cui precipita la cascata, il sovrastante Van de la Moiazza circondato dalla corona dolomitica. Un orizzonte così bello che da solo dà significato alla gita. Essere qui e ora per vedere questo, che poi è il senso ed il fine di ogni uscita in montagna.

IMG_2843.JPGCi sono due alternative per arrivarci. La prima è dal paese di Gavaz, dove si prende la strada forestale che scende nel letto del torrente Moiazza, attraversa il torrente su un ponte e sale poi sul versante opposto (indicazioni). Da Sottorogno e valle dell’Asinera il tragitto è invece più lungo: dopo gli ultimi fienili alla prima curva si prende la strada che si stacca a destra (la direzione opposta porta a Colcerver), si prosegue ignorando una prima deviazione a destra e girando, in discesa, alla seconda deviazione, in prossimità di un posto indicato da un cartello come “Aial dela Bressana”.

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La casera è aperta e sistemata a fungere da bivacco, mentre all’esterno troviamo gli immancabili tavolo e panca in legno, la fontana ed un nuovissimo barbecue con tanto di tettoia. Un grosso faggio, che risulta censito tra gli alberi monumentali della provincia di Belluno, offre gratuitamente la sua ombra.

Chi ha curato il recupero ha voluto dunque dare un chiaro messaggio: venite e godetene tutti. Perché non accogliere il suggerimento?

Grazie, si, con piacere.

SENTIERI SELVAGGI: MONT ALT DE FRAMONT

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Davanti alla maestà del gruppo Civetta-Moiazza, di cui costituisce una sorta di contrafforte, il Framont è uno dei monti minori che passano quasi inosservati. Se poi del Framont si decide di non puntare alla vetta, la Lastìa, ma alla sua punta più bassa, allora si può tranquillamente affermare che non è la gloria dell’alpinista ciò che si va cercando.

No davvero, è con tutt’altra moneta che il Mont Alt ti ripaga.

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La zona è quella della Moiazza, versante agordino, dove un’oasi di vegetazione e pietra si stacca verso sud e rimane un po’ in disparte ma proprio per questo suscita l’interesse e l’apprezzamento di molti appassionati.

Per compiere un ideale itinerario monografico si può partire da Malga Framont, raggiungibile in auto da Agordo, mentre l’accesso più facile è dalla sella del Passo Duran.

IMG_1439.JPGPartendo dal Passo ci si porta al Rifugio Carestiato mediante la comoda e panoramica strada bianca. Una volta al rifugio si imbocca il sentiero 554, che scende nella conca dei ghiaioni della Moiazza, lentamente l’attraversa e risale alla Forcella del Camp.

Dall’alto delle incombenti pareti dolomitiche non è raro provengano voci; sono i dialoghi a distanza, quasi urlati, dei coraggiosi che stanno affrontando una sfida davvero impegnativa, la via ferrata Costantini, il cui sentiero di ritorno si incrocia ad un certo punto. Questo pezzo del tracciato coincide con un tratto dell’Alta Via n. 1 ed è aspro e per certi versi accidentato, un assaggio dell’ambiente selvaggio che si andrà ad incontrare al lasciare la via maestra.

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Alla forcella del Camp si abbandona infatti il segnavia 554, che continua in direzione del Rifugio Vazzoler, e si scende a sinistra verso la paciosa ed umida prateria di Busa del Camp, sul fondo della quale si trova la casera.

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Il tracciato non arriva fino alla casera ma rimane in quota ai piedi delle rocce e poco dopo ricomincia a salire, correndo al margine di un vallone erboso che dà l’idea di una vecchia ferita, la cicatrice di un taglio netto nella roccia. Le pareti verticali di destra sono quelle della Lastìa di Framont e sembrano veramente tagliate con la “manera”. Il dromedario a due gobbe sull’altra sponda della valle è invece il Mont Alt, la nostra meta.

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Il sentiero va su, su, fino ad un intaglio, la Forcella di Sejere, dove vira decisamente a destra e di nuovo sale piuttosto verticale su una china erbosa. Quando ormai non se ne può più ecco finalmente il segno tanto atteso, la croce. Ogni monte è un calvario, si sa, e deo gratias quella è la cima.

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Non si fa a tempo a riprendere fiato che si rimane di nuovo senza fiato. Da molte cime, basse o alte che siano, si può osservare un panorama incredibile. Il Framont non è un’eccezione, ma conferma la regola.

Se su un lato vi è la splendida muraglia del Civetta, che nasconde alla vista i monti più a Nord, in ogni altra direzione lo sguardo percorre lunghe distanze, dal Gruppo S. Sebastiano verso il Cadore, alla Schiara, i Monti del Sole, l’Agner, le Pale di San Lucano, quelle di San Martino….. Giù nella valle, a vertiginosa profondità, c’è Agordo, ma meglio rientrare a distanza di sicurezza, affacciarsi sul ciglio fa davvero annebbiare la vista. Foto, ancora foto, a mitraglia.

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E così l’escursionista avrà di nuovo guadagnato il suo riposo e potrà a buon diritto tirar fuori dallo zaino le provviste, l’acqua, forse il thermos con il caffe ed il suo vizio preferito, se ce l’ha. E magari poi, soddisfatto, dormicchiare un po’ con la pancia piena.

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Il ritorno avviene per la medesima via, ed è prevedibile che come sempre possa essere più lento, taciturno e velato di una lieve mestizia.

Perché, come ben sappiamo e come diceva anche Galeno, “dopo la cima ogni animale è triste, compresa la femmina umana”.

ORME DEL PELMETTO: PASSEGGIATA SUL BAGNASCIUGA DI 215 MILIONI DI ANNI FA

img_2300Le orme dei dinosauri al Pelmetto furono notate per la prima volta nel 1982 da Vittorino Cazzetta, lo scopritore della sepoltura mesolitica di Mondeval ed uno fra gli ultimi (in ordine di tempo) di una prolifica infornata di archeologi e paleontologi autodidatti e dilettanti ma dotati di ingegno, tenacia e soprattutto passione.

E’ solo grazie a questi personaggi, spesso sottovalutati dagli accademici più accreditati, se alcuni siti leggendari, della cui esistenza si dubitava, sono stati riscattati dall’oblio e dai detriti del tempo.

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Per la verità il grande masso squadrato su cui sono impresse le orme tutto può dirsi tranne che nascosto e quindi da riportare in qualche modo alla luce. Essendo ben visibile anche da lontano è piuttosto probabile che abbia attirato in passato l’attenzione di pastori, cacciatori o boscaioli proprio per queste caratteristiche sequenze di buchi, dall’ordine chiaramente non casuale.

Quel che i frequentatori del luogo però non sapevano è che durante il triassico la parete del Pelmetto non era dura roccia dolomitica ma il molle fondale di una laguna. Nelle cui basse acque pascolavano gli erbivori del tempo, i dinosauri, inseguiti dai loro predatori carnivori, dinosauri anch’essi.

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Il sito è raggiungibile con una breve deviazione, ben segnalata, dal sentiero che dalla Forcella Staulanza conduce al Rifugio Venezia. Tempo di percorrenza circa un’ora. Meta dunque ideale anche per un’escursione d’autunno e perchè no, d’inverno.

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Il masso è in vista per gran parte dell’ultimo tratto di sentiero ma le orme si svelano solo da vicino e non mancano di produrre una forte emozione ed un senso di meraviglia.

Certo, è evidente, sono dei passi, una zampa, poi l’altra, come impronte lasciate da un animale sulla neve. Duecentoquindici milioni di anni fa, un tempo eterno, quasi inconcepibile.

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Sul posto c’è un cartello esplicativo ma il consiglio è quello di concludere il percorso di conoscenza con una visita al museo intitolato a Vittorino Cazzetta a Selva di Cadore, dove la parete dolomitica con le sue impronte è stata ricostruita e soprattutto dove, protetto da una teca di vetro e con tutto il suo corredo funebre, è stato collocato lo scheletro dell’Uomo di Mondeval.

Dal presente al passato remoto, buona passeggiata.

SENTIERI SELVAGGI: TENTAZIONI A COL MARSANG, COL PELOS, BELVEDERE DI MEZZODI’, RIFUGIO SORA ‘L SASS

FOTO INIZIALEQuesto itinerario è l’ideale per camminatori in buono stato di manutenzione, amanti della natura selvaggia. Il dislivello è sostanzioso (circa 1100 m) e l’ambiente è quanto di più primitivo e vergine si possa desiderare nelle Dolomiti.
Detto questo, l’unica altra avvertenza, la più importante, è quella di partire solo se la giornata è assolata e limpida. No, non ci sono pericoli o problemi d’orientamento, ma è giusto che una discreta fatica venga coerentemente ripagata. Ed il panorama sbalorditivo con cui il Belvedere saluta i suoi visitatori (il nome non è un caso) è la miglior ricompensa desiderabile.
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Il percorso può essere ad anello, partenza ed arrivo in località Le Bocole, alla centrale idroelettrica.
Da qua, seguendo le tabelle, ci si avvia per il sentiero n. 531, che inizia a salire abbastanza ripidamente lungo la Val de Doa, passa il ruscello che scende in graziose cascatelle e continua verso sud-est, lungo la Valle del Maè. Il fastidioso ronzio che proviene dalla centrale vi accompagnerà a lungo, ma non ci farete caso più di tanto grazie alle vedute che il bosco qua e là vi concede verso Pelmo e Castelin.
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Dopo poco più di un’ora si arriva alla prima tappa, la Casera di Col Marsang, dove un grande dilemma vi attanaglierà: fermarsi o proseguire? La bella piana, la casera, gli ombrosi faggi centenari, la fontana-panchina da cui si gode una stupenda prospettiva sulle Rocchette e la Serra vi faranno seriamente tentennare.

Ripartirete, ma con il proposito di ritornarci, più avanti, con più calma.
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Ora comincia la parte più selvatica, lungo il sentiero 532 che si prende al successivo bivio. Il bosco è compatto all’inizio, ma passo dopo passo si fa più ispido e rarefatto, mentre il sentiero gira un costone e passa su un versante da cui si vede, profondissima, la valle del Maè che corre verso Longarone.

Dopo un dislivello un primo e subito dopo un secondo tratto di canalone che vi sembrerà eterno e man mano che lo salirete tale si confermerà.
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Suderete e ansimerete, ma abbiate pazienza, all’uscita sbucherete in un luogo che non vi aspettate, alto, selvaggio, magnifico. Le montagne davanti, irriconoscibili, sono le rocchette del Mezzodì ed il Pramper, viste da dietro. Alle vostre spalle, riconoscibilissime, Bosconero, Sfornioi e Rocchette.
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In un’altalena di saliscendi attraversate le Cime di Col Pelos, irsute d’erba e di baranci, vi avvicinate al Mezzodì e girate poi a destra sul sentiero che corre ai suoi piedi (sempre il n. 532). La salita è dolce e regolare ma dopo lo sforzo già fatto e con la meta in vista la stanchezza si fa sentire. Non vedrete l’ora di arrivare.

Il Belvedere è il punto più alto raggiunto dalla gita. Una volta assisi sul suo trono, calmato il respiro, rallentato il battito del cuore, lasciate che subentri lo stupore. Oooh!
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La cartolina classica della Val di Zoldo è questa. Quasi tutta la valle è in vista, i paesi si riconoscono uno per uno, da Forno a Pecol, tanto piccoli e lontani laggiù. Intorno le montagne, splendide, immerse nella luce meridiana. Illuminatevi d’immenso senza fretta, da qua in poi è tutta discesa.

A scendere verso il Rifugio Sora ‘l Sass ci sono due sentieri: quello di sinistra è per il primo pezzo verticale e attrezzato con una fune metallica; quello a destra gira verso l’esterno ed è più agevole.
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L’ennesima tentazione della giornata vi attende al rifugio. Perché andarsene da un posto così, proprio ora che si avvicina il tramonto? Il piccolo rifugio è ancora l’originaria casera, il dormitorio è una graziosa costruzione in legno, la piana è tranquilla ed aperta, le guglie del Mezzodì, tornite dal tempo, svettano aeree sopra di voi. Di fronte, una vista incredibile. Infatti: perché andarsene? Fermarsi per cena e pernottare in rifugio è una possibilità.
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L’altra è quella di tornare a valle. I percorsi sono almeno tre, ma vi consigliamo di scendere per il sentiero 534 e, alle casere del Mezzodì, continuare verso destra. Arriverete a Baron, da dove un sentiero che corre lungo il corso del Maè vi riporta alla centrale da cui siete partiti.

APPELLO: noi abbiamo fatto la gita in una giornata con pessima visibilità, quindi le poche foto disponibili sono piuttosto mediocri. Se qualcuno di voi ha avuto maggior fortuna può inviarci le sue. Saranno pubblicate citando (se lo vuole) l’autore. Grazie

GITA POCO CLASSICA AL PELMO, IL MONTE SENZA LATO B (GIRO MONTE PENA, SASS DE FORMEDAL)

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Il Pelmo, lato A o lato B?

Chi arriva da queste parti ha alcuni appuntamenti fissi da cui non può assolutamente esimersi. Uno di questi è con il Pelmo, una tra le poche montagne dolomitiche con una propria, fantastica fisionomia da ogni angolo la si guardi. Qualcuno direbbe una montagna senza lato B, ma gli appassionati del genere (…) potrebbero non essere d’accordo e ribaltare l’affermazione: non senza, ma SOLO lato B!

Del resto ogni luogo ha la sua attrazione principale, una che più delle altre rimane nel cuore. E a giudicare dalle fitte colonne di gitanti che in estate troviamo sulle direttrici principali che portano in zona – punto d’appoggio il Rifugio Venezia –  il Pelmo è certamente la nostra.

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il sentiero a più corsie da Passo Staulanza, da farsi al ritorno (Antelao e Pena in lontananza)

Intendiamoci, il luogo è meraviglioso, unico, e pur di esserci e goderne si sopporta più che volentieri un po’ di traffico. Se però siete tra chi associa alla montagna la pace ed il silenzio troverete che questa variante di percorso può fare al caso vostro.

Prima di partire munitevi, oltre che dell’equipaggiamento dell’attento escursionista, di una settimana di bel tempo, e a quel punto progettate la gita per il 6° o 7° giorno. Fra poco saprete perché

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abbondanti fioriture

Ci si avvia dalla stalla poco sopra Zoppè di Cadore, dove si trova parcheggio, e si segue in principio l’itinerario canonico: strada verso Rifugio Talamini e, al Cristo, deviazione a sinistra. Dopo alcune centinaia di metri di salita su strada sterrata, in prossimità del primo tornante a gomito ci si stacca verso destra, imboccando il sentiero n. 493. Scopo della gita è infatti arrivare al Rifugio Venezia aggirando il Monte Pena dal lato nord.

Il sentiero da qua sale con scarsissima pendenza attraverso un bosco di conifere, a tratti aperto e fiorito, a tratti ombroso ed in alcuni punti umido e paludoso. Per questo si consiglia il bel tempo, anche se parecchie passerelle aiutano il passaggio nei punti più fangosi.

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verso Forcella Colonel de la Stanga

Raggiunta la forcella Colonel de la Stanga il sentiero prende a scendere per qualche decina di metri e poi, attraversato un ruscello, ricomincia a salire. Ora, man mano che si prende quota, l’orizzonte si apre e si ingrandisce sempre di più e appaiono i monti della valle del Cadore sulla destra ed un insolito, seghettato Pelmo davanti.

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ruderi di casera e pascolo verso il Cadore

Salendo ancora si alza il punto d’osservazione, la vista spazia lontanissimo, il Pelmo diventa gigantesco e comincia a delinearsi il Caregon del Padreterno, la sua forma più conosciuta. Finalmente si arriva al punto più alto; laggiù, poco più sotto, nel mirino compare il Rifugio Venezia. Là punterete e da là ripartirete una volta defaticati e sfamati.

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sotto il Caregon spunta il Rifugio Venezia

Per il ritorno percorrete un primo tratto di  “autostrada”, il brulicante sentiero n. 472 che porta alla Forcella Staulanza. Strepitose le classiche vedute del Pelmo (e Pelmetto) che vi accompagnano sulla destra, mentre il gruppo della Civetta riempie parte dell’opposto orizzonte. Al successivo incrocio girate a sinistra per il sent. 499. State scendendo verso Zoppè in direzione S/E, compiendo una sorta di periplo ideale del monte Pena, o Penna, che vi mostra ora il caratteristico versante sud che tanto ispirò il pittore Masi Simonetti.

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dal ciglio del Sass de Formedal, verso Zoppè

Ad un certo punto vi ritroverete d’improvviso su un balcone proteso sull’abisso: siete sopra al Sass de Formedal e davanti agli occhi vi si apre un grandioso panorama sullo zoldano. Immediatamente dopo è necessaria molta attenzione nello scendere la ripida traccia, che prosegue poi su un agevole sentiero e infine si fa strada, correndo sulle creste ondulate che dividono la Val di Zoldo e la Valle di Zoppè.

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inquietanti presenze al Sass de Formedal, è forse un avviso di pericolo?

Al Passo di Tamai girate in direzione Zoppè. Lungo la strada incontrerete la Casera di Bragarezza ed il circostante pascolo abbandonato e arriverete al capolinea nei pressi del cimitero, qualche chilometro sotto il paese. Qua, se la mattina siete stati previdenti, avrete parcheggiato una seconda auto con cui portarvi al punto di partenza.

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Pelmo, lato B o lato A?

Serve forse dirlo? Anche stavolta ne sarà valsa la pena.

FOLIAGE A MAGGIO, CINQUANTA+ SFUMATURE DI VERDE

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E’ in cartellone in questo periodo uno spettacolo che si replica immutato da milioni di anni. Prati e boschi, sorbita l’acqua della neve disciolta, assaggiato il sole caldo della bella stagione ed apprezzate le lunghe ore di luce, hanno finalmente intrapreso un nuovo ciclo di vita. Le gemme degli alberi si sono gonfiate e pian piano hanno emesso foglie delicate. Sui prati l’erba fresca è spuntata dal fondo secco ed in poco tempo ha tinto la superficie di un verde uniforme, punteggiato di colori. Sai che novità, si dirà, è l’ennesima primavera!

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passeggiata di primavera sulla forra del Maè, imbocco della Val Caoran

Vero, non tutti si fanno commuovere dalla primavera. Sono pochi ad osservare che il verde “neonato” è più tenue e delicato di quello “maturo” e che il bosco di maggio è una tavolozza assai diversa da quella di luglio. Solo una minoranza riesce a notare come la luce del mattino accenda di colori più intensi il fogliame. E ancor meno sono i sinceri appassionati che provano un reale interesse a contemplare il bosco, a distinguerne le macchie, le forme ed i colori ed a riconoscerne le varie specie.

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Ciononostante, in questa stagione di ripresa vegetativa la lunga, tortuosa strada che collega la valle con il resto del mondo può serbare per tutti piacevoli sorprese. Chi si astrae dalla difficoltà della guida e dall’oppressione delle strette sponde può ammirare una natura meravigliosa. Sui tormentati versanti rocciosi e nelle valleselle secondarie esplodono di nuove foglie e germogli boschi di faggi, carpini, larici.

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E in questo ambiente selvaggio e con un tale trionfo di verde, illuminato da lame di sole o bagnato dalla pioggia, vengono stranamente in mente abbondanze di foreste lontane, il Borneo, i Tipui…

A voi l’esotica Val di Zoldo.

SAFARI FOTOGRAFICO D’AUTUNNO: A CACCIA DELL’ALBERO D’ORO

foto 1 il larice

Capitano degli anni in cui le cosiddette mezze stagioni, notoriamente scomparse, resuscitano a nuova vita. In alcuni casi poi queste stagioni intermedie si caratterizzano addirittura così bene e mostrano i loro tratti distintivi in modo tanto convincente che diventa quasi improprio, sminuente, chiamarle “mezze”.

foto 2 salamandra

Prendiamo il caso di questo autunno. Così come si conviene all’autunno ci ha regalato un anticipo d’inverno, imbiancando le cime; ha steso sui prati abbondante rugiada, che è diventata brina; ha portato pioggia e umidità quanto basta per far crescere i chiodini. Ha poi fatto scendere le greggi dai pascoli, mandato al letargo gli animali del bosco, rinfrescato l’aria e accorciato le giornate. Infine, esauriti i compiti, si è dato all’attività che più gli è congeniale: la pittura.

foto 3 pelmetto

Chi vive da queste parti se ne è reso conto, l’autunno 2015 è veramente una stagione da incorniciare. Giunto alla metà della sua corsa ci sta meravigliando con un clima straordinariamente mite, giornate assolate limpide e luminose e boschi variopinti che giorno dopo giorno ricombinano a piacere l’accostamento dei colori.

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Questo è il momento delle passeggiate più belle. Non più assillati dalla fretta di arrivare, di compiere l’impresa, possiamo finalmente rallentare, indugiare. E così vivere un’esperienza diversa, di immersione e di immedesimazione, di osservazione e pura contemplazione della natura, di cieli azzurri, cime innevate e larici d’oro.

Ogni lasciata è persa. Approfittiamone.