SENTIERI SELVAGGI: MONT ALT DE FRAMONT

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Davanti alla maestà del gruppo Civetta-Moiazza, di cui costituisce una sorta di contrafforte, il Framont è uno dei monti minori che passano quasi inosservati. Se poi del Framont si decide di non puntare alla vetta, la Lastìa, ma ad una delle sue punte più basse, allora si può tranquillamente affermare che non è la gloria dell’alpinista ciò che si va cercando. No davvero, è con tutt’altra moneta che il Mont Alt ti ripaga.

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La zona è quella della Moiazza, versante agordino, dove un’oasi di vegetazione e pietra si stacca verso sud e rimane un po’ in disparte ma che proprio per questo suscita l’interesse e l’apprezzamento di molti appassionati.

Per compiere un ideale itinerario monografico si può partire da Malga Framont, raggiungibile in auto da Agordo, mentre l’accesso più facile è dalla sella del Passo Duran.

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Partendo dal Passo ci si porta al Rifugio Carestiato mediante la comoda e panoramica strada bianca. Una volta al rifugio si imbocca il sentiero 554, che scende nella conca dei ghiaioni della Moiazza, lentamente l’attraversa e risale alla Forcella del Camp.

Dall’alto delle incombenti pareti dolomitiche non è raro provengano voci; sono i dialoghi a distanza, quasi urlati, dei coraggiosi che stanno affrontando una sfida davvero impegnativa, la via ferrata Costantini, il cui sentiero di ritorno si incrocia ad un certo punto. Questo pezzo del tracciato coincide con un tratto dell’Alta Via n. 1 ed è aspro e per certi versi accidentato, un assaggio dell’ambiente selvaggio che si andrà ad incontrare al lasciare la via maestra.

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Alla forcella del Camp si abbandona infatti il segnavia 554, che continua in direzione del Rifugio Vazzoler, e si scende a sinistra verso la paciosa ed umida prateria di Busa del Camp, sul fondo della quale si trova la casera.

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Il tracciato non arriva fino alla casera ma rimane in quota ai piedi delle rocce e poco dopo ricomincia a salire, correndo al margine di un vallone erboso che dà l’idea di una vecchia ferita, la cicatrice di un taglio netto nella roccia. Le pareti verticali di destra sono quelle della Lastìa di Framont e sembrano veramente tagliate con la “manera”. Il dromedario a due gobbe sull’altra sponda della valle è invece il Mont Alt, la nostra meta.

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Il sentiero va su, su, fino ad un intaglio, la Forcella di Sejere, dove vira decisamente a destra e di nuovo sale piuttosto verticale su una china erbosa. Quando ormai non se ne può più ecco finalmente il segno tanto atteso, la croce. Ogni monte è un calvario, si sa, e deo gratias quella è la cima.

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Non si fa a tempo a riprendere fiato che si rimane di nuovo senza fiato. Da molte cime, basse o alte che siano, si può osservare un panorama incredibile. Il Framont non è un’eccezione, ma conferma la regola. Se su un lato vi è la splendida muraglia del Civetta, che nasconde alla vista i monti più a Nord, in ogni altra direzione lo sguardo percorre lunghe distanze, dal Gruppo S. Sebastiano verso il Cadore, alla Schiara, i Monti del Sole, l’Agner, le Pale di San Lucano, quelle di San Martino….. Giù nella valle, a vertiginosa profondità, c’è Agordo, ma meglio rientrare a distanza di sicurezza, affacciarsi sul ciglio fa davvero annebbiare la vista. Foto, ancora foto, a mitraglia.

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E così l’escursionista avrà di nuovo guadagnato il suo riposo e potrà a buon diritto tirar fuori dallo zaino le provviste, l’acqua, forse il thermos con il caffe ed il suo vizio preferito, se ce l’ha. E magari poi, soddisfatto, dormicchiare un po’ con la pancia piena.

Il ritorno avviene per la medesima via, ed è prevedibile che come sempre possa essere più lento, taciturno e velato di una lieve mestizia. Perché, come ben sappiamo e come diceva anche Galeno, “dopo la cima ogni animale è triste, compresa la femmina umana”.

ORME DEL PELMETTO: PASSEGGIATA SUL BAGNASCIUGA DI 215 MILIONI DI ANNI FA

img_2300Le orme dei dinosauri al Pelmetto furono notate per la prima volta nel 1982 da Vittorino Cazzetta, lo scopritore della sepoltura mesolitica di Mondeval ed uno fra gli ultimi (in ordine di tempo) di una prolifica infornata di archeologi e paleontologi autodidatti e dilettanti ma dotati di ingegno, tenacia e passione. E’ solo grazie a questi personaggi, spesso sottovalutati e derisi dagli accademici più accreditati, se alcuni siti leggendari, della cui esistenza si dubitava, sono stati riscattati dall’oblio e dai detriti del tempo.

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Per la verità il grande masso squadrato su cui sono impresse le orme tutto può dirsi tranne che nascosto e quindi da riportare in qualche modo alla luce. Essendo ben visibile anche da lontano è piuttosto probabile che abbia attirato in passato l’attenzione di pastori, cacciatori o boscaioli proprio per queste caratteristiche sequenze di buchi, dall’ordine chiaramente non casuale. Quel che questi frequentatori del luogo però non sapevano è che durante il triassico la parete del Pelmetto non era dura roccia dolomitica ma il molle fondale di una laguna. Nelle cui basse acque pascolavano gli erbivori del tempo, i dinosauri, inseguiti dai loro predatori carnivori, dinosauri anch’essi.

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Il sito è raggiungibile con una breve deviazione, ben segnalata, dal sentiero che dalla Forcella Staulanza conduce al Rifugio Venezia. Tempo di percorrenza circa un’ora, con arrotondamento per eccesso o per difetto a seconda dell’allenamento. Meta dunque ideale anche per un’escursione d’autunno, neve permettendo.

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Il masso è in vista per gran parte dell’ultimo tratto di sentiero ma le orme si svelano solo da vicino e non mancano di produrre una forte emozione ed un senso di meraviglia. Certo, è evidente, sono dei passi, una zampa, poi l’altra, come impronte lasciate da un animale sulla neve. Duecentoquindici milioni di anni fa, un tempo eterno, quasi inconcepibile.

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Sul posto c’è un cartello esplicativo ma il consiglio è quello di concludere il percorso di conoscenza con una visita al museo intitolato a Vittorino Cazzetta a Selva di Cadore, dove la parete dolomitica con le sue impronte è stata ricostruita e soprattutto dove, protetto da una teca di vetro e con tutto il suo corredo funebre, è stato collocato lo scheletro dell’Uomo di Mondeval.

Dal presente al passato remoto, buona passeggiata.

SENTIERI SELVAGGI: TENTAZIONI A COL MARSANG, COL PELOS, BELVEDERE DI MEZZODI’, RIFUGIO SORA ‘L SASS

FOTO INIZIALEQuesto itinerario è l’ideale per camminatori in buono stato di manutenzione, amanti della natura selvaggia. Il dislivello è sostanzioso (circa 1100 m) e l’ambiente è quanto di più primitivo e vergine si possa desiderare nelle Dolomiti.
Detto questo, l’unica altra avvertenza, la più importante, è quella di partire solo se la giornata è assolata e limpida. No, non ci sono pericoli o problemi d’orientamento, ma è giusto che una discreta fatica venga coerentemente ripagata. Ed il panorama sbalorditivo con cui il Belvedere saluta i suoi visitatori (il nome non è un caso) è la miglior ricompensa desiderabile.
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Il percorso può essere ad anello, partenza ed arrivo in località Le Bocole, alla centrale idroelettrica.
Da qua, seguendo le tabelle, ci si avvia per il sentiero n. 531, che inizia a salire abbastanza ripidamente lungo la Val de Doa, passa il ruscello che scende in graziose cascatelle e continua verso sud-est, lungo la Valle del Maè. Il fastidioso ronzio che proviene dalla centrale vi accompagnerà a lungo, ma non ci farete caso più di tanto grazie alle vedute che il bosco qua e là vi concede verso Pelmo e Castelin.
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Dopo poco più di un’ora si arriva alla prima tappa, la Casera di Col Marsang, dove un grande dilemma vi attanaglierà: fermarsi o proseguire? La bella piana, la casera, gli ombrosi faggi centenari, la fontana-panchina da cui si gode una stupenda prospettiva sulle Rocchette e la Serra vi faranno seriamente tentennare.

Ripartirete, ma con il proposito di ritornarci, più avanti, con più calma.
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Ora comincia la parte più selvatica, lungo il sentiero 532 che si prende al successivo bivio. Il bosco è compatto all’inizio, ma passo dopo passo si fa più ispido e rarefatto, mentre il sentiero gira un costone e passa su un versante da cui si vede, profondissima, la valle del Maè che corre verso Longarone.

Dopo un dislivello un primo e subito dopo un secondo tratto di canalone che vi sembrerà eterno e man mano che lo salirete tale si confermerà.
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Suderete e ansimerete, ma abbiate pazienza, all’uscita sbucherete in un luogo che non vi aspettate, alto, selvaggio, magnifico. Le montagne davanti, irriconoscibili, sono le rocchette del Mezzodì ed il Pramper, viste da dietro. Alle vostre spalle, riconoscibilissime, Bosconero, Sfornioi e Rocchette.
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In un’altalena di saliscendi attraversate le Cime di Col Pelos, irsute d’erba e di baranci, vi avvicinate al Mezzodì e girate poi a destra sul sentiero che corre ai suoi piedi (sempre il n. 532). La salita è dolce e regolare ma dopo lo sforzo già fatto e con la meta in vista la stanchezza si fa sentire. Non vedrete l’ora di arrivare.

Il Belvedere è il punto più alto raggiunto dalla gita. Una volta assisi sul suo trono, calmato il respiro, rallentato il battito del cuore, lasciate che subentri lo stupore. Oooh!
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La cartolina classica della Val di Zoldo è questa. Quasi tutta la valle è in vista, i paesi si riconoscono uno per uno, da Forno a Pecol, tanto piccoli e lontani laggiù. Intorno le montagne, splendide, immerse nella luce meridiana. Illuminatevi d’immenso senza fretta, da qua in poi è tutta discesa.

A scendere verso il Rifugio Sora ‘l Sass ci sono due sentieri: quello di sinistra è per il primo pezzo verticale e attrezzato con una fune metallica; quello a destra gira verso l’esterno ed è più agevole.
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L’ennesima tentazione della giornata vi attende al rifugio. Perché andarsene da un posto così, proprio ora che si avvicina il tramonto? Il piccolo rifugio è ancora l’originaria casera, il dormitorio è una graziosa costruzione in legno, la piana è tranquilla ed aperta, le guglie del Mezzodì, tornite dal tempo, svettano aeree sopra di voi. Di fronte, una vista incredibile. Infatti: perché andarsene? Fermarsi per cena e pernottare in rifugio è una possibilità.
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L’altra è quella di tornare a valle. I percorsi sono almeno tre, ma vi consigliamo di scendere per il sentiero 534 e, alle casere del Mezzodì, continuare verso destra. Arriverete a Baron, da dove un sentiero che corre lungo il corso del Maè vi riporta alla centrale da cui siete partiti.

APPELLO: noi abbiamo fatto la gita in una giornata con pessima visibilità, quindi le poche foto disponibili sono piuttosto mediocri. Se qualcuno di voi ha avuto maggior fortuna può inviarci le sue. Saranno pubblicate citando (se lo vuole) l’autore. Grazie

GITA POCO CLASSICA AL PELMO, IL MONTE SENZA LATO B (GIRO MONTE PENA, SASS DE FORMEDAL)

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Il Pelmo, lato A o lato B?

Chi arriva da queste parti ha alcuni appuntamenti fissi da cui non può assolutamente esimersi. Uno di questi è con il Pelmo, una tra le poche montagne dolomitiche con una propria, fantastica fisionomia da ogni angolo la si guardi. Qualcuno direbbe una montagna senza lato B, ma gli appassionati del genere (…) potrebbero non essere d’accordo e ribaltare l’affermazione: non senza, ma SOLO lato B!

Del resto ogni luogo ha la sua attrazione principale, una che più delle altre rimane nel cuore. E a giudicare dalle fitte colonne di gitanti che in estate troviamo sulle direttrici principali che portano in zona – punto d’appoggio il Rifugio Venezia –  il Pelmo è certamente la nostra.

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il sentiero a più corsie da Passo Staulanza, da farsi al ritorno (Antelao e Pena in lontananza)

Intendiamoci, il luogo è meraviglioso, unico, e pur di esserci e goderne si sopporta più che volentieri un po’ di traffico. Se però siete tra chi associa alla montagna la pace ed il silenzio troverete che questa variante di percorso può fare al caso vostro.

Prima di partire munitevi, oltre che dell’equipaggiamento dell’attento escursionista, di una settimana di bel tempo, e a quel punto progettate la gita per il 6° o 7° giorno. Fra poco saprete perché

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abbondanti fioriture

Ci si avvia dalla stalla poco sopra Zoppè di Cadore, dove si trova parcheggio, e si segue in principio l’itinerario canonico: strada verso Rifugio Talamini e, al Cristo, deviazione a sinistra. Dopo alcune centinaia di metri di salita su strada sterrata, in prossimità del primo tornante a gomito ci si stacca verso destra, imboccando il sentiero n. 493. Scopo della gita è infatti arrivare al Rifugio Venezia aggirando il Monte Pena dal lato nord.

Il sentiero da qua sale con scarsissima pendenza attraverso un bosco di conifere, a tratti aperto e fiorito, a tratti ombroso ed in alcuni punti umido e paludoso. Per questo si consiglia il bel tempo, anche se parecchie passerelle aiutano il passaggio nei punti più fangosi.

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verso Forcella Colonel de la Stanga

Raggiunta la forcella Colonel de la Stanga il sentiero prende a scendere per qualche decina di metri e poi, attraversato un ruscello, ricomincia a salire. Ora, man mano che si prende quota, l’orizzonte si apre e si ingrandisce sempre di più e appaiono i monti della valle del Cadore sulla destra ed un insolito, seghettato Pelmo davanti.

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ruderi di casera e pascolo verso il Cadore

Salendo ancora si alza il punto d’osservazione, la vista spazia lontanissimo, il Pelmo diventa gigantesco e comincia a delinearsi il Caregon del Padreterno, la sua forma più conosciuta. Finalmente si arriva al punto più alto; laggiù, poco più sotto, nel mirino compare il Rifugio Venezia. Là punterete e da là ripartirete una volta defaticati e sfamati.

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sotto il Caregon spunta il Rifugio Venezia

Per il ritorno percorrete un primo tratto di  “autostrada”, il brulicante sentiero n. 472 che porta alla Forcella Staulanza. Strepitose le classiche vedute del Pelmo (e Pelmetto) che vi accompagnano sulla destra, mentre il gruppo della Civetta riempie parte dell’opposto orizzonte. Al successivo incrocio girate a sinistra per il sent. 499. State scendendo verso Zoppè in direzione S/E, compiendo una sorta di periplo ideale del monte Pena, o Penna, che vi mostra ora il caratteristico versante sud che tanto ispirò il pittore Masi Simonetti.

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dal ciglio del Sass de Formedal, verso Zoppè

Ad un certo punto vi ritroverete d’improvviso su un balcone proteso sull’abisso: siete sopra al Sass de Formedal e davanti agli occhi vi si apre un grandioso panorama sullo zoldano. Immediatamente dopo è necessaria molta attenzione nello scendere la ripida traccia, che prosegue poi su un agevole sentiero e infine si fa strada, correndo sulle creste ondulate che dividono la Val di Zoldo e la Valle di Zoppè.

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inquietanti presenze al Sass de Formedal, è forse un avviso di pericolo?

Al Passo di Tamai girate in direzione Zoppè. Lungo la strada incontrerete la Casera di Bragarezza ed il circostante pascolo abbandonato e arriverete al capolinea nei pressi del cimitero, qualche chilometro sotto il paese. Qua, se la mattina siete stati previdenti, avrete parcheggiato una seconda auto con cui portarvi al punto di partenza.

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Pelmo, lato B o lato A?

Serve forse dirlo? Anche stavolta ne sarà valsa la pena.

FOLIAGE A MAGGIO, CINQUANTA+ SFUMATURE DI VERDE

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E’ in cartellone in questo periodo uno spettacolo che si replica immutato da milioni di anni. Prati e boschi, sorbita l’acqua della neve disciolta, assaggiato il sole caldo della bella stagione ed apprezzate le lunghe ore di luce, hanno finalmente intrapreso un nuovo ciclo di vita. Le gemme degli alberi si sono gonfiate e pian piano hanno emesso foglie delicate. Sui prati l’erba fresca è spuntata dal fondo secco ed in poco tempo ha tinto la superficie di un verde uniforme, punteggiato di colori. Sai che novità, si dirà, è l’ennesima primavera!

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passeggiata di primavera sulla forra del Maè, imbocco della Val Caoran

Vero, non tutti si fanno commuovere dalla primavera. Sono pochi ad osservare che il verde “neonato” è più tenue e delicato di quello “maturo” e che il bosco di maggio è una tavolozza assai diversa da quella di luglio. Solo una minoranza riesce a notare come la luce del mattino accenda di colori più intensi il fogliame. E ancor meno sono i sinceri appassionati che provano un reale interesse a contemplare il bosco, a distinguerne le macchie, le forme ed i colori ed a riconoscerne le varie specie.

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Ciononostante, in questa stagione di ripresa vegetativa la lunga, tortuosa strada che collega la valle con il resto del mondo può serbare per tutti piacevoli sorprese. Chi si astrae dalla difficoltà della guida e dall’oppressione delle strette sponde può ammirare una natura meravigliosa. Sui tormentati versanti rocciosi e nelle valleselle secondarie esplodono di nuove foglie e germogli boschi di faggi, carpini, larici.

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E in questo ambiente selvaggio e con un tale trionfo di verde, illuminato da lame di sole o bagnato dalla pioggia, vengono stranamente in mente abbondanze di foreste lontane, il Borneo, i Tipui…

A voi l’esotica Val di Zoldo.

SAFARI FOTOGRAFICO D’AUTUNNO: A CACCIA DELL’ALBERO D’ORO

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Capitano degli anni in cui le cosiddette mezze stagioni, notoriamente scomparse, resuscitano a nuova vita. In alcuni casi poi queste stagioni intermedie si caratterizzano addirittura così bene e mostrano i loro tratti distintivi in modo tanto convincente che diventa quasi improprio, sminuente, chiamarle “mezze”.

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Prendiamo il caso di questo autunno. Così come si conviene all’autunno ci ha regalato un anticipo d’inverno, imbiancando le cime; ha steso sui prati abbondante rugiada, che è diventata brina; ha portato pioggia e umidità quanto basta per far crescere i chiodini. Ha poi fatto scendere le greggi dai pascoli, mandato al letargo gli animali del bosco, rinfrescato l’aria e accorciato le giornate. Infine, esauriti i compiti, si è dato all’attività che più gli è congeniale: la pittura.

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Chi vive da queste parti se ne è reso conto, l’autunno 2015 è veramente una stagione da incorniciare. Giunto alla metà della sua corsa ci sta meravigliando con un clima straordinariamente mite, giornate assolate limpide e luminose e boschi variopinti che giorno dopo giorno ricombinano a piacere l’accostamento dei colori.

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Questo è il momento delle passeggiate più belle. Non più assillati dalla fretta di arrivare, di compiere l’impresa, possiamo finalmente rallentare, indugiare. E così vivere un’esperienza diversa, di immersione e di immedesimazione, di osservazione e pura contemplazione della natura, di cieli azzurri, cime innevate e larici d’oro.

Ogni lasciata è persa. Approfittiamone.

ANTICHI PASCOLI – CASERE DI CORNÌA (PRAMPERET, CAZETA)

Cornìa, verso Col dei Gai. In lontananza Bosconero e Rocchette

Cornìa, verso Col dei Gai. In lontananza Bosconero e Rocchette

Se tornassimo indietro di 70-80 anni, a stento riconosceremmo la nostra valle.

L’economia del turismo non era nata, o era un minuscolo embrione dallo sviluppo ancora incerto. I villaggi erano agglomerati più piccoli, raccolti, circondati da ampie praterie che oggi sono state inghiottite dal bosco. I boschi erano più radi, attraversati da sentieri che portavano ovunque e lungo i quali avreste spesso incontrato qualcuno con una gerla, o con una fascina.

In una foto d’epoca com’era la valle nella prima metà del secolo scorso

In una foto d’epoca com’era la valle nella prima metà del secolo scorso

D’estate, in alta montagna, nelle zone un po’ fuori mano dove oggi a malapena si arrischia qualcuno e dove ci si imbatte in queste tristi malghe deserte, la vita brulicava. Dopo l’inverno passato nel chiuso delle stalle, a giugno il bestiame veniva portato all’alpeggio. Con gli animali partiva un piccolo drappello di pastori e casari che se ne sarebbero presi cura, mentre in paese il resto della popolazione era impegnato nella fienagione. All’inizio dell’estate i fienili erano vuoti ed andavano ricolmati per il successivo inverno. Sperando, e pregando, in un’estate di sole e pioggia nelle giuste proporzioni.

Cornìa ed i suoi attuali inquilini

Cornìa ed i suoi attuali inquilini

Cornìa era uno di quei posti. A vederla ora, con gli asini che qualcuno ha portato fin quassù, pare quasi che poco sia cambiato da allora. Manca solo l’elemento umano. Solo?

L’alpeggio, assieme ai vicini pascoli della Cazeta e di Carpenìa, era operato da alcune famiglie di Soffranco, che vi salivano dalla Val del Grisol o dal Canale del Maè. Oggi, anche se quest’ultimo sentiero è ancora percorribile, la via più facile e breve parte dal Rifugio Pramperet. Qui si stacca il sentiero n. 521 che, subito scendendo di qualche decina di metri, aggirando lo spigolo sud-est del Pramperet e risalendo poi alla spettacolare Forcella Piccola, vi porta in vista dell’ampio, magnifico catino alla base del quale si trovano le stalle e la casera.

Casera Pramperet, demolita dal tempo e dalla neve

Casera Pramperet, demolita dal tempo e dalla neve

Sentiero facendo, poco sotto il rifugio, noterete un pianoro con un altro pascolo abbandonato, quello di Pramperet, e vi si stringerà il cuore nel vedere la casera scoperchiata e la vicina stalla distrutta, schiantata, ennesima vittima delle nevicate eccezionali degli inverni scorsi.

La salita alla forcella non sarà priva delle sue soddisfazioni, con le impressionanti vedute verso la selvaggia Val Costa dei Nass, un imbuto di boschi fittissimi e pareti strapiombanti e con il possibile avvistamento dell’aquila tra i torrioni del Pramperet.

Val Costa dei Nass, confluente nella Val del Grisol

Val Costa dei Nass, confluente nella Val del Grisol

Dalla forcella, per raggiungere la malga dovrete poi scendere per circa 200 metri. Non fatevi fermare dal cartello PROPRIETA’ PRIVATA che troverete sulla selletta, nè dal sentiero sbarrato. Superate e andate. Poco sotto una targa commemorativa ricorda chi era il proprietario. Si tratta di Agostino, noto personaggio di Soffranco scomparso qualche anno fa. Agostino, dopo che l’attività di alpeggio era cessata, ha continuato per anni – tenacemente, eroicamente – a portare a Cornìa gli animali, contribuendo così al mantenimento del pascolo.

verso Col dei Gai di Cornìa

verso Col dei Gai di Cornìa

Dalla casera parte sul versante sinistro un sentiero che prosegue su una bella costa prativa, e quasi vi invita a seguirlo. Se avete ancora energie assecondatelo, è il sentiero che scende al Canale del Maè e che in circa mezz’ora vi porta al Col dei Gai de Cornìa, ottimo punto panoramico verso Cornìa e la sua cornice di creste: Pramperet, Pramper, Cima del Coro, Venier.

Poco prima state attenti alla vostra destra, in fondo alla valle, sotto le pale boscate. Vi compariranno ad un certo punto le casere de la Cazeta, anch’esse in stato di abbandono e ormai in procinto di essere fagocitate dalla vegetazione. Un attimo di malinconia, un requiem. Che peccato.

Casere de la Cazeta

Casere de la Cazeta

Col dei Gai può essere il punto d’arrivo di questa passeggiata, da cui potrete ripartire ripercorrendo a ritroso la via dell’andata. Un’escursione dai toni un po’ nostalgici, in luoghi che rimangono negli occhi per la loro bellezza semplice, incorrotta.

Val Sagretta, tra lo Spigol del Palon e la Cima del Coro

Val Sagretta, tra lo Spigol del Palon e la Cima del Coro

 

SENTIERI SELVAGGI. AL PETORGNON PER IL VIAZ DE L’ARIOSTO

VIAZ DE L'ARIOSTO

Se chiedete a qualcuno del posto dov’è il Petorgnon, vi risponderà con una domanda: il che? Ecco, già incominciate a capire.

Wikipedia potrebbe invece scrivere più o meno questo: Il Petorgnon è una modesta elevazione del gruppo dolomitico San Sebastiano-Tamer.., una cima boscata facente parte delle propaggini nord-orientali del gruppo, sul versante zoldano, che si erge..(omissis)

Potrebbe, perché anche Wikipedia, come lo zoldano medio, ne ignora l’esistenza.

partendo dal basso, a destra, in senso orario: Croda Daerta, Col de Michiel, Petorgnon, Gruppo S. Sebastiano

partendo dal basso, a destra, in senso orario: Croda Daerta, Col de Michiel, Petorgnon, Gruppo S. Sebastiano

I monti minori, questi sconosciuti, hanno però molto da offrire. Per esempio sono relativamente veloci da salire, senza asperità o difficoltà alpinistiche e raggiungono quote poco elevate, adatte anche a chi patisce il “mal di montagna”; per la stessa ragione sono privi di copertura nevosa – quindi fruibili – per una stagione più lunga. Ma la loro specialità è quella di essere un balcone panoramico privilegiato, e proprio sui monti “maggiori” da cui si fanno rubare la scena.

Il Petorgnon non fa eccezione, combina tutti questi vantaggi, più un altro molto apprezzato da certi puristi della montagna: essendo poco frequentato, è ancora selvaggio. O magari l’inverso: essendo selvaggio, è ancora poco frequentato.

sul Viaz de l’Ariosto

sul Viaz de l’Ariosto

Ma veniamo al percorso. All’andata, dopo aver lasciato l’auto a Pralongo, raggiungete la Casera del Pian (strada). Prendete qui il sent. n. 524 fino al successivo incrocio, dove devierete a destra sul sent. n. 536 per Col de Michiel. Siete ora sul Viaz de l’Ariosto: un tratto iniziale in cengia, un canalino, poi una diagonale che vi riporta nel bosco. Questo breve tratto, piuttosto aspro, è la maggiore difficoltà della gita. Cautela, ci sono dei punti con una certa esposizione che impongono prudenza, ma in compenso vi rifarete gli occhi con le splendide vedute verso il S. Sebastiano, la Civetta-Moiazza, il Pelmo, l’Antelao e la Val di Zoldo.

vedute lungo il Viaz de l’Ariosto

vedute lungo il Viaz de l’Ariosto

Ariosto.., curioso questo nome. Non certo il famoso Ludovico, ma… chi era costui? Chi fosse, chi lo sa, ma è facile intuire che cosa ci venisse a fare da queste parti: a cacciare. Come molti dei personaggi a cui sono stati intitolati i Viaz, è probabile che anche l’Ariosto sgattaiolasse tra cenge e canaloni all’inseguimento delle sue prede, agile, astuto, forte e senza conoscere paura.

Giunti al Col de Michiel (di nuovo, chi era costui?) troverete una tabella che vi indica il sentiero per il Petorgnon. La traccia è sempre ben visibile, come pure i bollini rossi che segnano la direzione. Attraverserete uno dopo l’altro un bosco di faggi e abeti, poi un lariceto ed infine, prossimi alla vetta, entrerete nel regno dei baranci.

Gardesana, Tamer, Forcella la Porta

Gardesana, Tamer, Forcella la Porta

Quando arriverete in cima vi chiederete perché siete soli davanti a tanta meraviglia.

Ecco laggiù la conca di Pramper, di qua il frastagliato Mezzodì, l’impervia Gardesana, il Moschesin, il Vant de le Forzele e la stretta Forcella la Porta, il gruppo del Civetta, la mole solitaria del Pelmo da una nuova angolazione. Non c’è il Libro della Cima, ma i cellulari funzionano e potrete così mandare un “selfie” a chi, da casa, vi invidierà. Occhio a non cadere di sotto!

l’inconfondibile profilo del Pelmo

l’inconfondibile profilo del Pelmo

Al ritorno prendete il sent. 535, in una magnifica faggeta, ma subito fermatevi a riposare nel piccolo salottino in terrazza di Col de Michiel: sotto la chioma degli alberi due panche e un tavolino con affaccio sulla Val Pramper. E se proprio volete esagerare, poco più sotto potrete fare una breve deviazione verso la Croda Daerta, altro splendido belvedere sulla Val di Zoldo. Scendendo, sbucherete poi nuovamente sulla strada per Casera del Pian, nei pressi del Campeggio dei Giuseppini.

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Col de Michiel, l’esclusivo salottino

La stagione migliore per questa gita è senz’altro l’autunno, con il bosco in technicolor ed il cielo più azzurro dell’anno. Ma anche d’estate potrete sfuggire al caldo opprimente di certi sentieri assolati o all’eccesso di folla dei soliti percorsi.

le guglie del Mezzodì

le guglie del Mezzodì

P.S: Il giro potrebbe essere effettuato in senso contrario. Obbligatoria la cartina.

ANTICHI PASCOLI: CANAZZE’, SPIZ ZUEL

Canazzè di Sopra  verso S. Sebastiano, Pramper

Canazzè di Sopra verso S. Sebastiano, Pramper

Se nel mese di agosto la gran folla che frequenta i sentieri più battuti vi fa sentire come a Riccione, questo percorso è un antidoto. Potreste addirittura rischiare di non trovarvi anima viva, almeno per la sua prima parte, e di sentirvi in felice e solitaria, quasi esoterica, comunione con la natura.

Canazzè è un pascolo di alta montagna dismesso parecchi anni fa. Vi portavano gli animali per la monticazione gli abitanti dei paesi di Foppa (Canazzè di Sotto) e di Fusine (Canazzè di Sopra). Ora il pascolo è stato in parte riguadagnato dal bosco, ma quanto resta della prateria è sufficiente a far capire quanto fosse estesa ed importante allora.

Canazzè, che si trova sul versante sud dello Spiz Zuel, può essere raggiunto da Fusine con il sentiero n. 584, che parte sopra il cimitero. L’antico triol che saliva da Cercenà, invece, è purtroppo caduto in disuso ed in alcuni tratti la traccia si perde, tanto che solo chi conosce bene la zona può avventurarsi in sicurezza.

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Spiz Zuel, gallerie lungo il camminamento di guerra

La salita, in un bel bosco di abeti secolari, è nella sua parte iniziale piuttosto in pendenza. Giunti in quota la china si fa allora più dolce ed il bosco si dirada per lasciar posto al prato. Ecco infine la piana erbosa di Canazzè di Sopra, dove si trovano la casera e la stalla, quest’ultima ahimè crollata di recente sotto il peso della neve.

Dopo esservi rifocillati, aver bevuto l’acqua freschissima della fontana e scattato le foto di rito potrete affrontare, se vi va, la bella e panoramica salita fino alla cima dello Spiz Zuel, a cui si giunge dopo aver percorso, poco sotto la sommità, il vecchio camminamento di guerra, ora una sorta di terrazza-belvedere che gira in quota da est ad ovest lungo il perimetro del monte. Qua facilmente troverete compagnia: capre, mucche, cavalli ma anche esseri umani, escursionisti saliti dalla Casera della Grava per ammirare e fotografare il più bel panorama in assoluto della Val di Zoldo e della sue montagne. Da una parte il Gigante, il gruppo Civetta-Moiazza e tutt’intorno il circo delle Dolomiti di Zoldo e oltre, verso il Cadore e la Val Fiorentina. E oltre ancora.

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la Valle di Zoldo da quassù

E come (quasi) sempre accade in montagna la fatica della salita sarà già stata dimenticata. L’appagamento è completo.

PASSEGGIATA TRA LE CASERE SUL CIGLIO DELLA FORRA – SOFFRANCO-LA MUDA DI LONGARONE

Aspettando che il sole di primavera apra al transito i sentieri di alta quota, un’altra facile camminata di una mezza giornata in un luogo insolito.

Si parte da Soffranco, il paese allo sbocco della Val del Grisol che, con la mole del Pelf ancora innevato sullo sfondo, merita la prima foto. La strada che collega Soffranco a La Muda corre sul versante opposto e ad una quota decisamente inferiore rispetto alla strada statale, che si scorge, altissima, sull’altra sponda. Stretta, in gran parte non asfaltata e per lunghi tratti senza protezioni, è ad esclusivo servizio delle diverse casere che si incontrano lungo il percorso. Casere in pietra, molte restaurate o ottimamente mantenute e circondate da prati-giardino curatissimi, sono tuttora usate dai loro proprietari di Igne o Longarone per le polentate domenicali o per passarvi i periodi di riposo.

In basso, il torrente Maè scorre nella stretta fessura del suo canyon, invisibile e quasi silenzioso. Ogni tanto si apre uno squarcio ed allora lo si riesce a vedere in fondo alla forra, blu-verde se filtra un raggio di luce, oppure nero. A Igne una passerella sospesa consente di passare sulla sponda opposta. Affacciarsi dal ponte verso il vuoto sottostante può far girare la testa anche a chi non soffre di vertigini. Proprio da queste parti capita a volte di fare incontri inusuali con squadre di canoisti che, attraversata la passerella, si calano in cordata sul fondo dell’abisso. E poi via, a rotta di collo verso Longarone. Non tutti lo sanno ma il tratto finale del Maè gode di una reputazione di tutto rispetto tra i canoisti, anche stranieri.

Dal paesino di La Muda, la nostra meta, si apre una bella veduta verso Longarone: le quinte rocciose, i giardini ed il campanile di Pirago, i prati verdi ed i cespugli fioriti di inizio primavera ne fanno una cartolina ideale per gli auguri di Pasqua. Il ritorno, con qualche dislivello in più, è ugualmente piacevole.

Una possibile variante, che allunga il percorso di qualche chilometro, è la partenza da Mezzocanale. Insomma, una valida alternativa ad una noiosa domenica in pantofole.