LINGUA, CULTURA E TRADIZIONI POPOLARI

La valle di Zoldo è una valle dove si parla un dialetto della famiglia del ladino, o ladino-veneto, lo zoldano, per molti versi simile a quello delle limitrofe valli del Cadore e dell’Agordino, con le quali furono sempre intensi i rapporti di scambio commerciale. Non vi furono invece contatti significativi con l’attuale Alto Adige, allora come ora terra di lingua e tradizione tedesca.

La cultura tradizionale zoldana è essenzialmente contadina, popolare. Pochi zoldani ebbero nel passato il privilegio dell’istruzione. Zoldo era per la ricca Venezia solo una delle sue periferie “produttive” e fabbri e contadini erano in genere analfabeti. Tradizioni, costumi, leggende si svilupparono attorno ai cicli delle produzioni agricole e dell’allevamento, a loro volta legati al ciclo delle stagioni: la semina dei campi, la fienagione, il raccolto, la monticazione, il taglio del bosco, la filatura della lana, la lavorazione del latte. Per prendere contatto con questo mondo ormai scomparso vale senz’altro la pena di visitare i Musei Etnografici di Goima e Zoppè di Cadore e possibilmente anche quello di Seravella di Cesiomaggiore, vero riferimento per tutto il territorio bellunese.

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Il collante di queste società fondamentalmente agricole era la religione. La vita delle comunità gravitava attorno alla chiesa: dall’originaria pieve di San Floriano, nel tempo furono costruite tante chiese quasi quanti sono i paesi. Le varie feste paesane, con il classico corredo di cibi tipici, balli e canti, ancor oggi sono legate alla ricorrenza del rispettivo Santo Patrono: Sant’Antonio a Forno (17 gennaio), San Floriano a Pieve (4 maggio), San Rocco a Bragarezza (16 agosto), san Valentino a Mareson (14 febbraio), San Nicolò a Fusine (6 dicembre) ecc. A Dont, oltre ad onorare Santa Caterina d’Alessandria (25 novembre), si festeggia, la 2^ domenica di luglio, la Madonna della Salute, ricorrenza istituita nel 1838 per ringraziare la Madonna per aver salvato il paese da un’epidemia di colera. Probabilmente i valligiani ancora avevano memoria della peste del 1629-31, l’epidemia di cui parla Manzoni nei Promessi Sposi, che decimò gran parte della popolazione. La Valle di Zoldo fu allora l’unico territorio bellunese ad essere infettato dal morbo, motivo per cui nei pressi di Soffranco venne edificato un muro che serviva ad impedire che gli zoldani scendessero a trasmettere il contagio nella Valle del Piave. Passato e presente, c’è sempre un muro da qualche parte…

 

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