VEDI IL FELTRINO E POI… (*)

Ma quale esagerazione, è così, il Feltrino va visitato almeno una volta nella vita. Ma solo dopo aver visto la città, e senza la pretesa di seguire un ordine prestabilito e di vedere esaurite ..le specialità del menu!

IMG_9557

il Feltrino dalla chiesetta di  S. Mauro

Probabilmente il modo migliore per cominciare è quello di salire al passo Croce D’Aune, da dove spiare la pianura e le Vette Feltrine. Strada facendo si attraversa Pedavena, conosciuta da tutti per il birrificio e la birreria più grande d’Italia, ma che merita di essere esplorata soprattutto per le sue ville venete. Il monte Avena, che si risale, è invece un luogo interessantissimo dal punto di vista archeologico. Scavi stratigrafici hanno portato alla luce in località Campon una cava di selce risalente al paleolitico ed organizzata, incredibilmente, secondo il principio della suddivisione delle fasi di lavoro, come in una moderna industria litica. Ahimè però sul posto non v’è traccia del sito e per saperne di più bisogna spingersi fino al museo civico di Belluno.

IMG_0111

murales e cortili a Soranzen

Di ritorno, è bello percorrere la pedemontana e smarrire il filo tra i diversi borghi rurali che si incontrano lungo la strada (Villabruna, Soranzen, Cesiomaggiore ecc.). Deviazioni obbligatorie sono il viale di Cart, romantica strada ombreggiata da carpini centenari e fiancheggiata da ville venete ed il sorprendente Castel Lusa, all’imbocco della Valle di San Martino.

IMG_9613.JPG

Castel Lusa, l’antico fossato?

Il castello fu edificato per scopi difensivi dopo la caduta dei Longobardi, tra l’VIII ed il X sec, nel sito di un castelliere dell’età del bronzo, e deve il nome alla famiglia guelfa dei Lusa, che tra il XII ed il XIV secolo lo ricostruì dopo due terribili terremoti. Con l’avvento della Repubblica Veneta, nel ‘400, ma soprattutto con i Villalta nella prima metà del ‘500, subì varie modifiche e divenne un edificio residenziale. Il complesso oggi ospita l’Accademia del Melograno, un centro di documentazione sulle arti antiche.

IMG_9611.JPG

Castel Lusa

A sud-est di Feltre, su una balconata del monte Miesna che domina la piana, si impone allo sguardo il Santuario dei Santi Vittore e Corona, Patroni della città. Monumento nazionale, gioiello dell’arte romanico-bizantina, venne costruito in soli cinque anni a partire dal 1096 su un precedente luogo di culto e modificato alla fine del XV secolo dai Padri Fiesolani, che accanto all’originaria chiesa eressero il convento.

IMG_0043.JPG

Basilica Santuario dei Santi Vittore e Corona – chiostro

All’interno della basilica affreschi di scuola giottesca, emiliana e di Tommaso da Modena, tra cui spiccano il giudizio universale, la storia del martirio dei Santi Vittore e Corona e la celeberrima ultima cena con i gamberi di fiume. Nel Martyrium si trova l’arca con le reliquie dei due santi, che sarebbero stati martirizzati in Siria nell’anno 171 e la cui origine mediorientale è confermata da recenti studi sui pollini. Emozionante la salita al Santuario attraverso l’erta Via delle Vacchette, ma per apprezzarla fino in fondo va conosciuta la suggestiva leggenda sulla traslazione delle reliquie. Omissis.

IMG_0020.JPG

l’ottocentesca scalinata al Santuario, opera del Segusini

Poco distante dal Santuario, in una zona compresa tra il Piave ed il paese che le da il nome, ecco l’oasi naturalistica del Vincheto di Celarda. Un’area umida e di risorgive, dove è possibile passeggiare, riposare o studiare tra ruscelli, laghetti, boschi e prati verdissimi. Gestita dal Corpo Forestale dello Stato, è attrezzata il bird watching e vi si trovano, tra l’altro, recinti di ripopolazione e di cura e riabilitazione di animali selvatici. Tra gli ospiti è possibile scorgere l’aquila impegnata negli esercizi di volo. Finita la visita, chi avrà ricordato di prenotare con congruo anticipo (alcuni mesi) potrà premiarsi con un pranzo nella rinomata osteria di Celarda. Agli altri non rimane che la grassa consolazione di un pic-nic nel Vincheto tra gli alberi ed il canto degli uccelli….

IMG_0569

la voliera dei rapaci, Vincheto di Celarda

Dulcis in fundo le Vette Feltrine, dove gli aficionados della montagna si potranno concedere qualche giorno di trekking nel paradiso del Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi.

Scrigni di vita vegetale rara o unica, testimoni di fenomeni geologici antichissimi e di una vita rurale molto più recente, le Vette Feltrine sono una vasta, splendida area alpina a nord di Feltre. Ed è qua che il feltrino doc si trova davvero a casa, tra queste montagne che sono un pezzo della sua identità.

Ecco allora che il titolo si spiega: Feltre e le sue Vette sono come Napoli e il Vesuvio. Cosa aspettate?

IMG_0201.JPG

Vette Feltrine, ne la Busa de le Vette

(*) vivi

Annunci

FOLIAGE A MAGGIO, CINQUANTA+ SFUMATURE DI VERDE

IMG_2622.JPG

E’ in cartellone in questo periodo uno spettacolo che si replica immutato da milioni di anni. Prati e boschi, sorbita l’acqua della neve disciolta, assaggiato il sole caldo della bella stagione ed apprezzate le lunghe ore di luce, hanno finalmente intrapreso un nuovo ciclo di vita. Le gemme degli alberi si sono gonfiate e pian piano hanno emesso foglie delicate. Sui prati l’erba fresca è spuntata dal fondo secco ed in poco tempo ha tinto la superficie di un verde uniforme, punteggiato di colori. Sai che novità, si dirà, è l’ennesima primavera!

IMG_2608.JPG

passeggiata di primavera sulla forra del Maè, imbocco della Val Caoran

Vero, non tutti si fanno commuovere dalla primavera. Sono pochi ad osservare che il verde “neonato” è più tenue e delicato di quello “maturo” e che il bosco di maggio è una tavolozza assai diversa da quella di luglio. Solo una minoranza riesce a notare come la luce del mattino accenda di colori più intensi il fogliame. E ancor meno sono i sinceri appassionati che provano un reale interesse a contemplare il bosco, a distinguerne le macchie, le forme ed i colori ed a riconoscerne le varie specie.

IMG_2624.JPG

Ciononostante, in questa stagione di ripresa vegetativa la lunga, tortuosa strada che collega la valle con il resto del mondo può serbare per tutti piacevoli sorprese. Chi si astrae dalla difficoltà della guida e dall’oppressione delle strette sponde può ammirare una natura meravigliosa. Sui tormentati versanti rocciosi e nelle valleselle secondarie esplodono di nuove foglie e germogli boschi di faggi, carpini, larici.

IMG_2634.JPG

E in questo ambiente selvaggio e con un tale trionfo di verde, illuminato da lame di sole o bagnato dalla pioggia, vengono stranamente in mente abbondanze di foreste lontane, il Borneo, i Tipui…

A voi l’esotica Val di Zoldo.

MALEDETTO PRIMAVERNO

IMG_2560.JPG

Passa dicembre, poi gennaio. S’avanza febbraio e le montagne ancora si stagliano contro il cielo azzurro grigie di roccia, nere di terra, brune di prati arsi di sete. Di bianco, nemmeno l’ombra.

Gli operatori turistici, celebrato in gran pompa il funerale dell’inverno, dopo aver asciugato l’ultima lacrima sono tutti pronti a spremersi le meningi. “Come diavolo faremo a campare, gli inverni non saranno più quelli di una volta, per andare avanti ci tocca reinventarci”. E a quel punto se ne sono sentite di belle: “noleggiamo mountain bike”, oppure: “usiamo le piste per lo sci d’erba”, o ancora: “facciamo un calendario di trekking invernale”, “organizziamo la settimana marrone”, “lanciamo il torrentismo sul ghiaccio” e addirittura: “organizziamo i campionati di pattinaggio al lago di Coldai” e via così, in un crescendo di italica inventiva.

IMG_2570.JPG

Tutti a dimenticarsi che la stagione della grande nevicata, dopo quella memorabile del 1951, è stata solo due anni fa. Siamo stati smentiti, tutti.

Eccoci a marzo dunque. Chi ama davvero la neve si sente infine appagato. Chi invece la ama un po’ meno, almeno lontano dalle piste, non riesce a celare il proprio disappunto. A marzo l’animale uomo sente il risveglio della natura ed è normale che abbia voglia di primavera, di fiori e passeggiate all’aria aperta.

IMG_0957.JPG

Tutto rinviato. In ritardo l’inverno, in ritardo la primavera. Quel che verrà dopo, nessuno, o quasi, lo sa.

Ma intanto nessuno si riposi, tutti a escogitare l’affare del futuro, in attesa del prossimo, imminente ed immancabile scherzetto delle stagioni.

 

FENOMENOLOGIA D’INVERNO AI TABIA’ DI ASINERA

 

Prendiamola con filosofia. Se quest’anno non nevica, andiamo a cercare l’Inverno dove il Beneamato ha deciso di manifestarsi.

IMG_2483

nei pressi di “Pont Picol”

Tutto sommato il freddo non è mancato, in special modo negli ultimi tempi. E quando c’è freddo, quello vero, in presenza d’acqua o umidità la natura non fa mancare lo spettacolo.

IMG_2484.JPG

il Ru Asinera

Accade allora che si vedano fenomeni mai notati d’estate, come l’acqua che trasuda dal terreno o dalla porosità di una roccia, che ora si svela in variegate incrostature di ghiaccio, o piccoli ruscelli dalla portata intermittente, trasformati dal gelo in serpentine di un color bianco-azzurrognolo.

IMG_2491.JPGIn altre situazioni, ove la pendenza è minore, un placido torrentello appare invece come una vera e propria colata di ghiaccio, mentre corsi d’acqua un po’ più grossi, quelli che scendono impetuosi tra salti e cascatelle, sembrano aver congelato in un’istantanea il loro movimento.

IMG_2493.JPG
Con quattro passi in questa ombrosa vallesella secondaria, normalmente negletta, tra cataste di legna e vecchi fienili recuperati come chalet, si possono osservare tutte queste diverse rappresentazioni dell’inverno.

IMG_2509.JPG

oltre il Ru Asinera l’ex mulino, che azionava non una macina ma una zangola

La località si raggiunge da Sottorogno, dove si può parcheggiare l’auto. Da qui, calzati i necessari ramponcini (non tentare assolutamente di andarci senza) e muniti di racchette, la direzione è quella della strada forestale del Col Baion. Subito si attraversa il ponte sulla Moiazza, con il torrente rumoreggiante sotto la crosta di ghiaccio, e qualche metro dopo un altro ponticello sul ruscello che andrà poi risalito, il Ru Asinera.

IMG_2519.JPG

chalet, alle spalle lo Spiz Zuel

La strada si inerpica all’inizio con una buona pendenza, che poi diminuisce, ed è coperta di ghiaccio vivo nelle zone più ombrose, dove la poca neve caduta è stata inzuppata dalla successiva abbondante pioggia. Coi ramponi ai piedi, nessun problema.

IMG_2533.JPG

la Moiazza

Il tragitto è breve se ci si ferma ai fienili, ma la durata della passeggiata può essere decisa camminata stante. Chi ci ha preso gusto può proseguire verso Col Baion e Colcerver, oppure, subito deviando a destra, verso casera Bidoch.

IMG_2494.JPG
Tutt’intorno l’inverno è presente ovunque, e non attende altro che di essere immortalato.

Almeno fin che dura.

ESCURSIONE D’INVERNO AL RIFUGIO CARESTIATO

IMG_7515.JPG

la neve, quando è tanta

C’è un posto stupendo, facile da raggiungere in ogni stagione e con un rifugio confortevole ed ottimamente gestito. Questo posto è il Col dei Pass, panoramico promontorio ai piedi della Moiazza su cui sorge il rifugio Carestiato.

IMG_3069.JPG

nel bosco innevato, ciaspole ai piedi

Siamo, come si dice, ad un tiro di schioppo dal Passo Duran. Certo dipende dalla gamba di ciascuno, ma un’ora e virgola di cammino sono sufficienti anche ai pigri ed ai meno allenati. La vera fatica, automobilisticamente parlando, è quella di raggiungere il Passo Duran; in questi tempi di vacche magre la strada è tutt’altro che un esempio di buona viabilità e costante manutenzione ed è un vero peccato.

P1130840.JPG

casere Duran, lungo il percorso. Foto Stefano B.

Come ogni rifugio anche il Carestiato è punto di arrivo e al tempo stesso punto di partenza. Siamo nell’area del gruppo Civetta-Moiazza e le escursioni ed ascensioni che qui si possono compiere sono tra le più memorabili delle Dolomiti. A pochi minuti dal rifugio troviamo per esempio l’attacco della via ferrata Costantini, ritenuta da molti appassionati una delle più belle, lunghe e difficili in Italia.

IMG_3072.JPG

funghi di neve

Il rifugio è aperto d’estate da giugno a settembre e, se il tempo consente, anche i sabati e le domeniche di ottobre. D’inverno è invece gestito nel periodo natalizio e nei successivi fine settimana. Un facile accesso è garantito da una strada mantenuta a prova di nudo scarpone dal gatto delle nevi del gestore, ma chi lo desidera potrà anche farsi scarrozzare, con qualche brivido in più, in motoslitta.

P1130821.JPG

il S. Sebastiano. Foto Stefano B.

Ciaspole, scarponi o doposci è una passeggiata dalle molteplici soddisfazioni, che vale la pena ripetere più volte nel corso della stagione (e di ogni altra stagione) ed in ore diverse della giornata.

IMG_5138.JPG

verso Forcella del Camp

Così, sapendo di poter contare su un posto sicuro e caldo dove trovare un caffè o una zuppa fumante dopo tanto vento e freddo, l’idea giusta potrebbe essere quella di una perlustrazione in mezzo alla natura innevata fino a forcella Camp, o Malga Framont, magari seguendo le orme di chi ha già avuto la stessa idea prima di voi e vi ha fatto trovare un comodo sentiero battuto.

IMG_5133.JPG

la Moiazza

Ma l’esperienza in assoluto più bella, credeteci, è quella di andarci al chiaro di luna. Vi basteranno un abbigliamento antifreddo, un thermos di tè caldo ed una pila frontale per farvi luce nel primo tratto. Si, perché una volta fuori dalle ombre de bosco, all’aperto, con la Moiazza che vi sovrasta da un lato ed il luccichio della vallata agordina dall’altro, il lume della luna sarà più che sufficiente a mostrarvi il cammino.

rifugio carestiato

ecco cosa ha visto verso valle la webcam del rifugio, una notte dopo abbondante nevicata

E nella chiara luce argentata, riverberata dal manto bianco che tutto copre, vedrete il mondo che vi circonda in una nuova dimensione e con una insospettabile nitidezza, i pendii e le rocce a voi vicini così come i monti lontani… e una casetta con le finestre illuminate che vi aspetta lassù.

100_2005.JPG

di giorno, sempre verso l’Agordino

Repetita juvant: ogni lasciata è persa. Tenete d’occhio il calendario!

P.S. informatevi sempre dell’effettiva apertura del rifugio

 

IN MEMORIA DELLA NEVE: CIASPOLATA (O SCARPONATA) AL MONTE RITE

FOTO 1

L’ex caserma, foto Stefano B.

Visto da fondovalle il Monte Rite somiglia a un gran panettone, deturpato, ahimè, da mastodontiche antenne. Dal lato cadorino recupera invece una certa dignità di montagna anche se, per la verità, proprio memorabile non è. E’ un’informe cima dirupata, che con molta fatica si degna di attenzione.
Morale: il Rite non è fatto per essere guardato.

FOTO 2.JPG

verso Civetta e Pelmo

Gli escursionisti di oggi però sanno, come già sapevano gli strateghi militari italiani in preparazione della Prima Guerra Mondiale, che la sua cima è una magnifica altana che domina il Cadore e lo Zoldano come meglio non si può, e offre uno dei panorami più grandiosi dell’intera catena alpina.

FOTO 3.JPG

foto Stefano B.

La strada, ex mulattiera militare, sale lenta, lentissima, pian piano guadagnando quota: rettilineo, tornante, rettilineo. Inutile negarlo, nonostante i fantastici scorci che si aprono man mano, per certi versi è noiosa. Battuta dal gatto delle nevi del gestore del rifugio è la via obbligata d’inverno, ma d’estate si può evitare percorrendo un sentiero alternativo, che sale più ripido e movimentato in mezzo al bosco.

FOTO 4

il Cadore verso Cortina

Arrivati ad una discreta quota, non molto sotto la cima, una galleria scavata nella roccia e, subito dopo, un edificio in pietra sono le prime tangibili testimonianze delle attività del genio militare sul monte. La strada prosegue, ora in un ambiente quasi glabro e con una visuale via via più ampia, supera l’ex caserma e poco dopo finalmente ci catapulta su una sommità quasi piatta, dove ancora si trovano la fortezza, la batteria ed i pozzi dei cannoni corazzati. Se durante il percorso vi siete chiesti il senso di questa gita, ora lo capirete.

FOTO 5.JPG

i monti di Zoldo, Bosconero e Sfornioi

Lo sguardo riconosce la lunga valle del Cadore con in fondo la Perla, Cortina, la Val di Zoldo, il Sassolungo di Cibiana, il Bosconero, l’Antelao, il Sorapiss, il Civetta (…. ). In primo piano un gigantesco molare: è il Pelmo, che come Fregoli si trasforma ad ogni minima variazione dell’angolo di osservazione. Che spazi, che respiro!

FOTO 6.JPG

foto Stefano B.

Il Monte Rite non divenne mai teatro di guerra ma parte delle sue imponenti installazioni militari furono distrutte dagli austriaci dopo la disfatta di Caporetto. Il forte è stato restaurato qualche anno fa ed ora è diventato il Museo delle Nuvole, uno dei Messner Mountain Museums. L’ex caserma è invece ora un rifugio alpino che, gestito estate e inverno, potrebbe essere il luogo dove rendere giustizia all’appetito che la lunga salita non avrà mancato di stimolare.
FOTO 7.JPG
Se viaggiate con i pargoli potrete sfuggire alla monotonia della discesa con una corsa in slittino. I rischi sono praticamente nulli, grazie alla scarsa pendenza e alla buona visibilità. Il divertimento è sicuro.
Buona neve, e buon anno a tutti voi.

 

SAFARI FOTOGRAFICO D’AUTUNNO: A CACCIA DELL’ALBERO D’ORO

foto 1 il larice

Capitano degli anni in cui le cosiddette mezze stagioni, notoriamente scomparse, resuscitano a nuova vita. In alcuni casi poi queste stagioni intermedie si caratterizzano addirittura così bene e mostrano i loro tratti distintivi in modo tanto convincente che diventa quasi improprio, sminuente, chiamarle “mezze”.

foto 2 salamandra

Prendiamo il caso di questo autunno. Così come si conviene all’autunno ci ha regalato un anticipo d’inverno, imbiancando le cime; ha steso sui prati abbondante rugiada, che è diventata brina; ha portato pioggia e umidità quanto basta per far crescere i chiodini. Ha poi fatto scendere le greggi dai pascoli, mandato al letargo gli animali del bosco, rinfrescato l’aria e accorciato le giornate. Infine, esauriti i compiti, si è dato all’attività che più gli è congeniale: la pittura.

foto 3 pelmetto

Chi vive da queste parti se ne è reso conto, l’autunno 2015 è veramente una stagione da incorniciare. Giunto alla metà della sua corsa ci sta meravigliando con un clima straordinariamente mite, giornate assolate limpide e luminose e boschi variopinti che giorno dopo giorno ricombinano a piacere l’accostamento dei colori.

foto 4

Questo è il momento delle passeggiate più belle. Non più assillati dalla fretta di arrivare, di compiere l’impresa, possiamo finalmente rallentare, indugiare. E così vivere un’esperienza diversa, di immersione e di immedesimazione, di osservazione e pura contemplazione della natura, di cieli azzurri, cime innevate e larici d’oro.

Ogni lasciata è persa. Approfittiamone.

CASA DELL’ALCHIMISTA – ALLA RICERCA DELLA PIETRA FILOSOFALE

Facciamo uno sforzo d’immaginazione. Siamo nel 1500, a Valdenogher di Tambre (d’Alpago). Uno sconosciuto, proveniente da chissà dove, per chissà quali combinazioni della sorte arriva da queste parti e, in uno spazio che al tempo era in aperta campagna, decide di fermarsi e di erigere questo palazzo.

MUSEO CASA DELL'ALCHIMISTA 1

Un palazzetto storico, d’impronta veneziana, per molti versi strano ma la cui stranezza maggiore, all’apparenza, è quella di trovarsi qui. Per secoli gli abitanti del paese, abituati alla sua stravagante presenza, hanno vissuto al suo fianco senza porsi particolari domande. Ma quando in anni recenti l’odierna proprietà, la Comunità Montana dell’Alpago, interpellò la Sovrintendenza ai Beni Architettonici per avviare i lavori di restauro, gli esperti furono subito catturati da qualcosa di straordinario.

MUSEO CASA DELL'ALCHIMISTA 2

Per esempio le bizzarre figure scolpite nella pietra degli architravi e degli archi, nelle mensole del tetto ed in altri elementi decorativi, o la studiata geometria numerica e cromatica della facciata. Segni esposti alla vista di tutti, da sempre, e fino a quel momento considerati come semplice espressione dello spirito originale ed eclettico del  costruttore.

MUSEO CASA DELL'ALCHIMISTA 3

Ma ecco che l’occhio di chi sa, vede. Gli “iniziati” riconoscono i simboli scolpiti nella pietra, riescono a leggere il significato del numero delle aperture ripartite sui tre piani e ad interpretare il senso dei tre colori: il bianco dell’intonaco, il rosso della pietra scolpita ed il nero della fuliggine che ricopre il porticato. Tutto conduce ad un antico e misterioso sistema filosofico, l’alchimia. Ed il simbolismo della facciata racchiude in sé nientemeno che la ricetta segreta per arrivare alla Pietra Filosofale, la Medicina Universale.

Una dimora filosofale? A Tambre?

MUSEO CASA DELL'ALCHIMISTA 4

Eh, già. La leggenda vuole che un nobile alchimista, condannato a morte ad Alessandria d’Egitto, aiutato dalla Serenissima riesca a fuggire e ad approdare qui. Nell’Alpago di allora, lontano da tutto e da tutti, riesce a dedicarsi in pace alla sua opera.

In realtà non sappiamo con certezza se sia andata proprio così. Si narra che le prove fossero contenute nei documenti e nei libri della ricca biblioteca che sarebbe stata distrutta da un incendio nell’800. Ma anche questa è forse una leggenda. Eppure un documento tangibile, certo, incontrovertibile c’è, ed è il palazzo stesso e soprattutto la sua facciata.

MUSEO CASA DELL'ALCHIMISTA 5

I lavori di restauro, prolungatisi per circa 20 anni, sono stati eseguiti nel rispetto della struttura e della destinazione dell’edificio, restituendolo com’era, sobrio ed essenziale, senza canne fumarie ed impianto di riscaldamento e ricoperto di fuliggine al pianterreno. La scelta coraggiosa, controcorrente, è stata invece quella dell’allestimento museale. La Casa dell’Alchimista è ora un museo didattico dell’Alchimia.

MUSEO CASA DELL'ALCHIMISTA 6

I tre piani della casa sono stati allestiti a rappresentare i tre stadi dell’opera alchemica. Così il piano terra, il cui colore dominante è il nero della fuliggine, simboleggiato dal corvo, è dedicato alla Nigredo, l’opera al nero, la dissoluzione della materia. Il piano intermedio è la Albedo, o opera al bianco, la purificazione e sublimazione della materia, la cui allegoria è la bianca colomba. Nel piano superiore è infine rappresentato l’ultimo stadio, l’opera al rosso, o Rubedo, la ricomposizione della materia, e ne è simbolo la fenice che rinasce dalle sue ceneri. Nell’ala più recente del palazzo, anch’essa ristrutturata, troviamo una saletta multimediale ed una biblioteca con una buona collezione di testi sull’alchimia.

MUSEO CASA DELL'ALCHIMISTA 7

Per un viaggio in questo mondo affascinante e misterioso e per comprendere l’edificio e gli oggetti esposti è quasi obbligatoria una visita guidata, che può essere richiesta all’ente gestore del museo, la Comunità Montana dell’Alpago.

MAS DI SABE, PASSEGGIATA ALL’INDIETRO (nel tempo)

FOTO 1

il Mas ed il Pelmo (co la bareta)

Mettiamo che cercate un posto tranquillo, adatto allo yoga o alla meditazione. Supponiamo invece che sognate un prato verde, dove poter stendere la coperta per un picnic al sole. O ancora, poniamo il caso che siete un entomologo a caccia di fenomeni (capirete più avanti), o magari uno storico, o un architetto, curioso di sapere cosa accadeva qui al tempo in cui, altrove, sbocciava il Rinascimento. Ammettiamo infine che volete solo fare una passeggiata, facile, breve, con poco sforzo ma nello stesso tempo, come dicono le guide, “molto remunerativa”.

Et voilà. Questo posto c’è, è il Mas di Sabe.

Lungo il sentiero da Costa

Lungo il sentiero da Costa

Il Mas, che significa maso, definizione di località abitata al massimo da due famiglie, si trova ad un’altitudine di 1464 m sul versante nord-ovest del Monte Punta, in comune di Zoldo Alto, in una posizione particolarmente felice. Per arrivarci, due le alternative. La via più agevole è la stradina che da Costa, dopo aver attraversato il paese, finite le case prosegue nel bosco. Il tragitto è talmente breve, un quarto d’ora, che non avrete il tempo di prepararvi all’arrivo.

Iral, nei pressi della partenza

Iral, nei pressi della partenza

Il sentiero alternativo parte invece da Iral, altro paesino aggrappato al monte Punta, ed è un pochino più lungo e ripido, ma comodo e ben tenuto. Serve forse aggiungere che anche questi paesi, dal canto loro, sono una gioia per gli occhi?

Nell’uno e nell’altro caso, giunti alla meta, la volta del bosco sfuma d’improvviso e vi ritroverete in un luogo aperto, investiti dalla luce. Un grande prato, l’erba miracolosamente tagliata, una vista portentosa verso i monti di Zoldo. Tutti tranne il Bosconero, purtroppo nascosto dal volume del Punta. Adagiato sul prato, tra rovine di altri edifici, un rustico composto di stalla e fienile. Il Mas di Sabe. Che posto!

da questa parte il Civetta illuminato dalla luce del mattino

da questa parte il Civetta illuminato dalla luce del mattino

Un pannello informativo spiega che l’edificio è datato al XVI secolo, ma la parte ovest è stata costruita nel novecento. Il Mas di Sabe era uno dei tre masi della località, assieme al Mas de Mèz (a sud) ed al Mas di Ru Sech (a est). Nel 1538 vi abitavano due fratelli, Zamaria e Menego Dal Mas, calderaio il primo, proprietario di una mucca e sei pecore; agricoltore il secondo, proprietario di sei mucche e otto pecore..….

da quest'altra il Mezzodì nel sole del pomeriggio

da quest’altra il Mezzodì nel sole del pomeriggio

La costruzione mostra chiaramente lo stacco tra l’annesso novecentesco, simile a molti altri esempi zoldani, e la sua parte più antica, interamente in legno. La tipologia costruttiva è particolare. E’ una combinazione della tecnica a “castello” (blockbau) con quella “a colonne” (standerbau). In pratica tronchi interi e travi sono sormontati e affiancati attraverso un sistema di incroci ed incastri. Perfetti al punto che l’intera intelaiatura regge da centinaia di anni.

particolare della struttura

particolare della struttura

Noterete però che alcuni travi, specie sul lato sud, sembrano sbriciolarsi, ed il guaio è che sono portanti, sostengono la struttura superiore. Perché non vengono sostituiti? Con una precisione lievemente pedante il cartello ci informa che è opera di insetti xilofagi, coleotteri che si nutrono di legno. Qui, nel probabile caso non siate entomologi, vi verrà spontaneo chiedervi: ma davvero meritano considerazione gli xilofagi, mentre il Mas di Sabe rischia di venir giù? Proverete allora una fitta di dispiacere e di apprensione per Lui, il Mas, e vi chiederete se la situazione è sotto controllo, se c’è un proprietario che se ne prende cura, e se sopporterà le prossime nevicate.

mensa degli insetti xilofagi

mensa degli insetti xilofagi

Ma girandovi e guardandovi intorno questi pensieri svaniranno, la pace e la bellezza del luogo avranno la meglio.

Così, qual che sia il motivo che vi ha spinto a venire fin qui, potreste cedere all’impulso di distendervi sul prato e, avvolti dal tepore del sole, abbandonarvi e prendere sonno. E d’incanto ritrovarvi in sogno nella luce calda e abbagliante di un’altra estate, lontana nel tempo, circondati dal trillare dei grilli e dal gaio scampanellare delle sette mucche e quattordici pecore dei fratelli Dal Mas.

voltandosi, sulla via del ritorno a Iral

voltandosi, sulla via del ritorno a Iral

P.S. se ci venite di primo mattino, tra settembre e ottobre, potreste assistere ad un fenomeno sonoro straordinario: il bramito dei cervi che proviene dalle coste boscose del monte Punta.

 

ANTICHI PASCOLI – CASERE DI CORNÌA (PRAMPERET, CAZETA)

Cornìa, verso Col dei Gai. In lontananza Bosconero e Rocchette

Cornìa, verso Col dei Gai. In lontananza Bosconero e Rocchette

Se tornassimo indietro di 70-80 anni, a stento riconosceremmo la nostra valle.

L’economia del turismo non era nata, o era un minuscolo embrione dallo sviluppo ancora incerto. I villaggi erano agglomerati più piccoli, raccolti, circondati da ampie praterie che oggi sono state inghiottite dal bosco. I boschi erano più radi, attraversati da sentieri che portavano ovunque e lungo i quali avreste spesso incontrato qualcuno con una gerla, o con una fascina.

In una foto d’epoca com’era la valle nella prima metà del secolo scorso

In una foto d’epoca com’era la valle nella prima metà del secolo scorso

D’estate, in alta montagna, nelle zone un po’ fuori mano dove oggi a malapena si arrischia qualcuno e dove ci si imbatte in queste tristi malghe deserte, la vita brulicava. Dopo l’inverno passato nel chiuso delle stalle, a giugno il bestiame veniva portato all’alpeggio. Con gli animali partiva un piccolo drappello di pastori e casari che se ne sarebbero presi cura, mentre in paese il resto della popolazione era impegnato nella fienagione. All’inizio dell’estate i fienili erano vuoti ed andavano ricolmati per il successivo inverno. Sperando, e pregando, in un’estate di sole e pioggia nelle giuste proporzioni.

Cornìa ed i suoi attuali inquilini

Cornìa ed i suoi attuali inquilini

Cornìa era uno di quei posti. A vederla ora, con gli asini che qualcuno ha portato fin quassù, pare quasi che poco sia cambiato da allora. Manca solo l’elemento umano. Solo?

L’alpeggio, assieme ai vicini pascoli della Cazeta e di Carpenìa, era operato da alcune famiglie di Soffranco, che vi salivano dalla Val del Grisol o dal Canale del Maè. Oggi, anche se quest’ultimo sentiero è ancora percorribile, la via più facile e breve parte dal Rifugio Pramperet. Qui si stacca il sentiero n. 521 che, subito scendendo di qualche decina di metri, aggirando lo spigolo sud-est del Pramperet e risalendo poi alla spettacolare Forcella Piccola, vi porta in vista dell’ampio, magnifico catino alla base del quale si trovano le stalle e la casera.

Casera Pramperet, demolita dal tempo e dalla neve

Casera Pramperet, demolita dal tempo e dalla neve

Sentiero facendo, poco sotto il rifugio, noterete un pianoro con un altro pascolo abbandonato, quello di Pramperet, e vi si stringerà il cuore nel vedere la casera scoperchiata e la vicina stalla distrutta, schiantata, ennesima vittima delle nevicate eccezionali degli inverni scorsi.

La salita alla forcella non sarà priva delle sue soddisfazioni, con le impressionanti vedute verso la selvaggia Val Costa dei Nass, un imbuto di boschi fittissimi e pareti strapiombanti e con il possibile avvistamento dell’aquila tra i torrioni del Pramperet.

Val Costa dei Nass, confluente nella Val del Grisol

Val Costa dei Nass, confluente nella Val del Grisol

Dalla forcella, per raggiungere la malga dovrete poi scendere per circa 200 metri. Non fatevi fermare dal cartello PROPRIETA’ PRIVATA che troverete sulla selletta, nè dal sentiero sbarrato. Superate e andate. Poco sotto una targa commemorativa ricorda chi era il proprietario. Si tratta di Agostino, noto personaggio di Soffranco scomparso qualche anno fa. Agostino, dopo che l’attività di alpeggio era cessata, ha continuato per anni – tenacemente, eroicamente – a portare a Cornìa gli animali, contribuendo così al mantenimento del pascolo.

verso Col dei Gai di Cornìa

verso Col dei Gai di Cornìa

Dalla casera parte sul versante sinistro un sentiero che prosegue su una bella costa prativa, e quasi vi invita a seguirlo. Se avete ancora energie assecondatelo, è il sentiero che scende al Canale del Maè e che in circa mezz’ora vi porta al Col dei Gai de Cornìa, ottimo punto panoramico verso Cornìa e la sua cornice di creste: Pramperet, Pramper, Cima del Coro, Venier.

Poco prima state attenti alla vostra destra, in fondo alla valle, sotto le pale boscate. Vi compariranno ad un certo punto le casere de la Cazeta, anch’esse in stato di abbandono e ormai in procinto di essere fagocitate dalla vegetazione. Un attimo di malinconia, un requiem. Che peccato.

Casere de la Cazeta

Casere de la Cazeta

Col dei Gai può essere il punto d’arrivo di questa passeggiata, da cui potrete ripartire ripercorrendo a ritroso la via dell’andata. Un’escursione dai toni un po’ nostalgici, in luoghi che rimangono negli occhi per la loro bellezza semplice, incorrotta.

Val Sagretta, tra lo Spigol del Palon e la Cima del Coro

Val Sagretta, tra lo Spigol del Palon e la Cima del Coro