FENOMENOLOGIA D’INVERNO AI TABIA’ DI ASINERA

 

Prendiamola con filosofia. Se quest’anno non nevica, andiamo a cercare l’Inverno dove il Beneamato ha deciso di manifestarsi.

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nei pressi di “Pont Picol”

Tutto sommato il freddo non è mancato, in special modo negli ultimi tempi. E quando c’è freddo, quello vero, in presenza d’acqua o umidità la natura non fa mancare lo spettacolo.

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il Ru Asinera

Accade allora che si vedano fenomeni mai notati d’estate, come l’acqua che trasuda dal terreno o dalla porosità di una roccia, che ora si svela in variegate incrostature di ghiaccio, o piccoli ruscelli dalla portata intermittente, trasformati dal gelo in serpentine di un color bianco-azzurrognolo.

IMG_2491.JPGIn altre situazioni, ove la pendenza è minore, un placido torrentello appare invece come una vera e propria colata di ghiaccio, mentre corsi d’acqua un po’ più grossi, quelli che scendono impetuosi tra salti e cascatelle, sembrano aver congelato in un’istantanea il loro movimento.

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Con quattro passi in questa ombrosa vallesella secondaria, normalmente negletta, tra cataste di legna e vecchi fienili recuperati come chalet, si possono osservare tutte queste diverse rappresentazioni dell’inverno.

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oltre il Ru Asinera l’ex mulino, che azionava non una macina ma una zangola

La località si raggiunge da Sottorogno, dove si può parcheggiare l’auto. Da qui, calzati i necessari ramponcini (non tentare assolutamente di andarci senza) e muniti di racchette, la direzione è quella della strada forestale del Col Baion. Subito si attraversa il ponte sulla Moiazza, con il torrente rumoreggiante sotto la crosta di ghiaccio, e qualche metro dopo un altro ponticello sul ruscello che andrà poi risalito, il Ru Asinera.

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chalet, alle spalle lo Spiz Zuel

La strada si inerpica all’inizio con una buona pendenza, che poi diminuisce, ed è coperta di ghiaccio vivo nelle zone più ombrose, dove la poca neve caduta è stata inzuppata dalla successiva abbondante pioggia. Coi ramponi ai piedi, nessun problema.

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la Moiazza

Il tragitto è breve se ci si ferma ai fienili, ma la durata della passeggiata può essere decisa camminata stante. Chi ci ha preso gusto può proseguire verso Col Baion e Colcerver, oppure, subito deviando a destra, verso casera Bidoch.

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Tutt’intorno l’inverno è presente ovunque, e non attende altro che di essere immortalato.

Almeno fin che dura.

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ESCURSIONE D’INVERNO AL RIFUGIO CARESTIATO

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la neve, quando è tanta

C’è un posto stupendo, facile da raggiungere in ogni stagione e con un rifugio confortevole ed ottimamente gestito. Questo posto è il Col dei Pass, panoramico promontorio ai piedi della Moiazza su cui sorge il rifugio Carestiato.

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nel bosco innevato, ciaspole ai piedi

Siamo, come si dice, ad un tiro di schioppo dal Passo Duran. Certo dipende dalla gamba di ciascuno, ma un’ora e virgola di cammino sono sufficienti anche ai pigri ed ai meno allenati. La vera fatica, automobilisticamente parlando, è quella di raggiungere il Passo Duran; in questi tempi di vacche magre la strada è tutt’altro che un esempio di buona viabilità e costante manutenzione ed è un vero peccato.

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casere Duran, lungo il percorso. Foto Stefano B.

Come ogni rifugio anche il Carestiato è punto di arrivo e al tempo stesso punto di partenza. Siamo nell’area del gruppo Civetta-Moiazza e le escursioni ed ascensioni che qui si possono compiere sono tra le più memorabili delle Dolomiti. A pochi minuti dal rifugio troviamo per esempio l’attacco della via ferrata Costantini, ritenuta da molti appassionati una delle più belle, lunghe e difficili in Italia.

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funghi di neve

Il rifugio è aperto d’estate da giugno a settembre e, se il tempo consente, anche i sabati e le domeniche di ottobre. D’inverno è invece gestito nel periodo natalizio e nei successivi fine settimana. Un facile accesso è garantito da una strada mantenuta a prova di nudo scarpone dal gatto delle nevi del gestore, ma chi lo desidera potrà anche farsi scarrozzare, con qualche brivido in più, in motoslitta.

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il S. Sebastiano. Foto Stefano B.

Ciaspole, scarponi o doposci è una passeggiata dalle molteplici soddisfazioni, che vale la pena ripetere più volte nel corso della stagione (e di ogni altra stagione) ed in ore diverse della giornata.

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verso Forcella del Camp

Così, sapendo di poter contare su un posto sicuro e caldo dove trovare un caffè o una zuppa fumante dopo tanto vento e freddo, l’idea giusta potrebbe essere quella di una perlustrazione in mezzo alla natura innevata fino a forcella Camp, o Malga Framont, magari seguendo le orme di chi ha già avuto la stessa idea prima di voi e vi ha fatto trovare un comodo sentiero battuto.

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la Moiazza

Ma l’esperienza in assoluto più bella, credeteci, è quella di andarci al chiaro di luna. Vi basteranno un abbigliamento antifreddo, un thermos di tè caldo ed una pila frontale per farvi luce nel primo tratto. Si, perché una volta fuori dalle ombre de bosco, all’aperto, con la Moiazza che vi sovrasta da un lato ed il luccichio della vallata agordina dall’altro, il lume della luna sarà più che sufficiente a mostrarvi il cammino.

rifugio carestiato

ecco cosa ha visto verso valle la webcam del rifugio, una notte dopo abbondante nevicata

E nella chiara luce argentata, riverberata dal manto bianco che tutto copre, vedrete il mondo che vi circonda in una nuova dimensione e con una insospettabile nitidezza, i pendii e le rocce a voi vicini così come i monti lontani… e una casetta con le finestre illuminate che vi aspetta lassù.

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di giorno, sempre verso l’Agordino

Repetita juvant: ogni lasciata è persa. Tenete d’occhio il calendario!

 

IN MEMORIA DELLA NEVE: CIASPOLATA (O SCARPONATA) AL MONTE RITE

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L’ex caserma, foto Stefano B.

Visto da fondovalle il Monte Rite somiglia a un gran panettone, deturpato, ahimè, da mastodontiche antenne. Dal lato cadorino recupera invece una certa dignità di montagna anche se, per la verità, proprio memorabile non è. E’ un’informe cima dirupata, che con molta fatica si degna di attenzione.
Morale: il Rite non è fatto per essere guardato.

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verso Civetta e Pelmo

Gli escursionisti di oggi però sanno, come già sapevano gli strateghi militari italiani in preparazione della Prima Guerra Mondiale, che la sua cima è una magnifica altana che domina il Cadore e lo Zoldano come meglio non si può, e offre uno dei panorami più grandiosi dell’intera catena alpina.

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foto Stefano B.

La strada, ex mulattiera militare, sale lenta, lentissima, pian piano guadagnando quota: rettilineo, tornante, rettilineo. Inutile negarlo, nonostante i fantastici scorci che si aprono man mano, per certi versi è noiosa. Battuta dal gatto delle nevi del gestore del rifugio è la via obbligata d’inverno, ma d’estate si può evitare percorrendo un sentiero alternativo, che sale più ripido e movimentato in mezzo al bosco.

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il Cadore verso Cortina

Arrivati ad una discreta quota, non molto sotto la cima, una galleria scavata nella roccia e, subito dopo, un edificio in pietra sono le prime tangibili testimonianze delle attività del genio militare sul monte. La strada prosegue, ora in un ambiente quasi glabro e con una visuale via via più ampia, supera l’ex caserma e poco dopo finalmente ci catapulta su una sommità quasi piatta, dove ancora si trovano la fortezza, la batteria ed i pozzi dei cannoni corazzati. Se durante il percorso vi siete chiesti il senso di questa gita, ora lo capirete.

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i monti di Zoldo, Bosconero e Sfornioi

Lo sguardo riconosce la lunga valle del Cadore con in fondo la Perla, Cortina, la Val di Zoldo, il Sassolungo di Cibiana, il Bosconero, l’Antelao, il Sorapiss, il Civetta (…. ). In primo piano un gigantesco molare: è il Pelmo, che come Fregoli si trasforma ad ogni minima variazione dell’angolo di osservazione. Che spazi, che respiro!

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foto Stefano B.

Il Monte Rite non divenne mai teatro di guerra ma parte delle sue imponenti installazioni militari furono distrutte dagli austriaci dopo la disfatta di Caporetto. Il forte è stato restaurato qualche anno fa ed ora è diventato il Museo delle Nuvole, uno dei Messner Mountain Museums. L’ex caserma è invece ora un rifugio alpino che, gestito estate e inverno, potrebbe essere il luogo dove rendere giustizia all’appetito che la lunga salita non avrà mancato di stimolare.
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Se viaggiate con i pargoli potrete sfuggire alla monotonia della discesa con una corsa in slittino. I rischi sono praticamente nulli, grazie alla scarsa pendenza e alla buona visibilità. Il divertimento è sicuro.
Buona neve, e buon anno a tutti voi.

 

SAFARI FOTOGRAFICO D’AUTUNNO: A CACCIA DELL’ALBERO D’ORO

foto 1 il larice

Capitano degli anni in cui le cosiddette mezze stagioni, notoriamente scomparse, resuscitano a nuova vita. In alcuni casi poi queste stagioni intermedie si caratterizzano addirittura così bene e mostrano i loro tratti distintivi in modo tanto convincente che diventa quasi improprio, sminuente, chiamarle “mezze”.

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Prendiamo il caso di questo autunno. Così come si conviene all’autunno ci ha regalato un anticipo d’inverno, imbiancando le cime; ha steso sui prati abbondante rugiada, che è diventata brina; ha portato pioggia e umidità quanto basta per far crescere i chiodini. Ha poi fatto scendere le greggi dai pascoli, mandato al letargo gli animali del bosco, rinfrescato l’aria e accorciato le giornate. Infine, esauriti i compiti, si è dato all’attività che più gli è congeniale: la pittura.

foto 3 pelmetto

Chi vive da queste parti se ne è reso conto, l’autunno 2015 è veramente una stagione da incorniciare. Giunto alla metà della sua corsa ci sta meravigliando con un clima straordinariamente mite, giornate assolate limpide e luminose e boschi variopinti che giorno dopo giorno ricombinano a piacere l’accostamento dei colori.

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Questo è il momento delle passeggiate più belle. Non più assillati dalla fretta di arrivare, di compiere l’impresa, possiamo finalmente rallentare, indugiare. E così vivere un’esperienza diversa, di immersione e di immedesimazione, di osservazione e pura contemplazione della natura, di cieli azzurri, cime innevate e larici d’oro.

Ogni lasciata è persa. Approfittiamone.

CASA DELL’ALCHIMISTA – ALLA RICERCA DELLA PIETRA FILOSOFALE

Facciamo uno sforzo d’immaginazione. Siamo nel 1500, a Valdenogher di Tambre (d’Alpago). Uno sconosciuto, proveniente da chissà dove, per chissà quali combinazioni della sorte arriva da queste parti e, in uno spazio che al tempo era in aperta campagna, decide di fermarsi e di erigere questo palazzo.

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Un palazzetto storico, d’impronta veneziana, per molti versi strano ma la cui stranezza maggiore, all’apparenza, è quella di trovarsi qui. Per secoli gli abitanti del paese, abituati alla sua stravagante presenza, hanno vissuto al suo fianco senza porsi particolari domande. Ma quando in anni recenti l’odierna proprietà, la Comunità Montana dell’Alpago, interpellò la Sovrintendenza ai Beni Architettonici per avviare i lavori di restauro, gli esperti furono subito catturati da qualcosa di straordinario.

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Per esempio le bizzarre figure scolpite nella pietra degli architravi e degli archi, nelle mensole del tetto ed in altri elementi decorativi, o la studiata geometria numerica e cromatica della facciata. Segni esposti alla vista di tutti, da sempre, e fino a quel momento considerati come semplice espressione dello spirito originale ed eclettico del  costruttore.

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Ma ecco che l’occhio di chi sa, vede. Gli “iniziati” riconoscono i simboli scolpiti nella pietra, riescono a leggere il significato del numero delle aperture ripartite sui tre piani e ad interpretare il senso dei tre colori: il bianco dell’intonaco, il rosso della pietra scolpita ed il nero della fuliggine che ricopre il porticato. Tutto conduce ad un antico e misterioso sistema filosofico, l’alchimia. Ed il simbolismo della facciata racchiude in sé nientemeno che la ricetta segreta per arrivare alla Pietra Filosofale, la Medicina Universale.

Una dimora filosofale? A Tambre?

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Eh, già. La leggenda vuole che un nobile alchimista, condannato a morte ad Alessandria d’Egitto, aiutato dalla Serenissima riesca a fuggire e ad approdare qui. Nell’Alpago di allora, lontano da tutto e da tutti, riesce a dedicarsi in pace alla sua opera.

In realtà non sappiamo con certezza se sia andata proprio così. Si narra che le prove fossero contenute nei documenti e nei libri della ricca biblioteca che sarebbe stata distrutta da un incendio nell’800. Ma anche questa è forse una leggenda. Eppure un documento tangibile, certo, incontrovertibile c’è, ed è il palazzo stesso e soprattutto la sua facciata.

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I lavori di restauro, prolungatisi per circa 20 anni, sono stati eseguiti nel rispetto della struttura e della destinazione dell’edificio, restituendolo com’era, sobrio ed essenziale, senza canne fumarie ed impianto di riscaldamento e ricoperto di fuliggine al pianterreno. La scelta coraggiosa, controcorrente, è stata invece quella dell’allestimento museale. La Casa dell’Alchimista è ora un museo didattico dell’Alchimia.

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I tre piani della casa sono stati allestiti a rappresentare i tre stadi dell’opera alchemica. Così il piano terra, il cui colore dominante è il nero della fuliggine, simboleggiato dal corvo, è dedicato alla Nigredo, l’opera al nero, la dissoluzione della materia. Il piano intermedio è la Albedo, o opera al bianco, la purificazione e sublimazione della materia, la cui allegoria è la bianca colomba. Nel piano superiore è infine rappresentato l’ultimo stadio, l’opera al rosso, o Rubedo, la ricomposizione della materia, e ne è simbolo la fenice che rinasce dalle sue ceneri. Nell’ala più recente del palazzo, anch’essa ristrutturata, troviamo una saletta multimediale ed una biblioteca con una buona collezione di testi sull’alchimia.

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Per un viaggio in questo mondo affascinante e misterioso e per comprendere l’edificio e gli oggetti esposti è quasi obbligatoria una visita guidata, che può essere richiesta all’ente gestore del museo, la Comunità Montana dell’Alpago.

MAS DI SABE, PASSEGGIATA ALL’INDIETRO (nel tempo)

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il Mas ed il Pelmo (co la bareta)

Mettiamo che cercate un posto tranquillo, adatto allo yoga o alla meditazione. Supponiamo invece che sognate un prato verde, dove poter stendere la coperta per un picnic al sole. O ancora, poniamo il caso che siete un entomologo a caccia di fenomeni (capirete più avanti), o magari uno storico, o un architetto, curioso di sapere cosa accadeva qui al tempo in cui, altrove, sbocciava il Rinascimento. Ammettiamo infine che volete solo fare una passeggiata, facile, breve, con poco sforzo ma nello stesso tempo, come dicono le guide, “molto remunerativa”.

Et voilà. Questo posto c’è, è il Mas di Sabe.

Lungo il sentiero da Costa

Lungo il sentiero da Costa

Il Mas, che significa maso, definizione di località abitata al massimo da due famiglie, si trova ad un’altitudine di 1464 m sul versante nord-ovest del Monte Punta, in comune di Zoldo Alto, in una posizione particolarmente felice. Per arrivarci, due le alternative. La via più agevole è la stradina che da Costa, dopo aver attraversato il paese, finite le case prosegue nel bosco. Il tragitto è talmente breve, un quarto d’ora, che non avrete il tempo di prepararvi all’arrivo.

Iral, nei pressi della partenza

Iral, nei pressi della partenza

Il sentiero alternativo parte invece da Iral, altro paesino aggrappato al monte Punta, ed è un pochino più lungo e ripido, ma comodo e ben tenuto. Serve forse aggiungere che anche questi paesi, dal canto loro, sono una gioia per gli occhi?

Nell’uno e nell’altro caso, giunti alla meta, la volta del bosco sfuma d’improvviso e vi ritroverete in un luogo aperto, investiti dalla luce. Un grande prato, l’erba miracolosamente tagliata, una vista portentosa verso i monti di Zoldo. Tutti tranne il Bosconero, purtroppo nascosto dal volume del Punta. Adagiato sul prato, tra rovine di altri edifici, un rustico composto di stalla e fienile. Il Mas di Sabe. Che posto!

da questa parte il Civetta illuminato dalla luce del mattino

da questa parte il Civetta illuminato dalla luce del mattino

Un pannello informativo spiega che l’edificio è datato al XVI secolo, ma la parte ovest è stata costruita nel novecento. Il Mas di Sabe era uno dei tre masi della località, assieme al Mas de Mèz (a sud) ed al Mas di Ru Sech (a est). Nel 1538 vi abitavano due fratelli, Zamaria e Menego Dal Mas, calderaio il primo, proprietario di una mucca e sei pecore; agricoltore il secondo, proprietario di sei mucche e otto pecore..….

da quest'altra il Mezzodì nel sole del pomeriggio

da quest’altra il Mezzodì nel sole del pomeriggio

La costruzione mostra chiaramente lo stacco tra l’annesso novecentesco, simile a molti altri esempi zoldani, e la sua parte più antica, interamente in legno. La tipologia costruttiva è particolare. E’ una combinazione della tecnica a “castello” (blockbau) con quella “a colonne” (standerbau). In pratica tronchi interi e travi sono sormontati e affiancati attraverso un sistema di incroci ed incastri. Perfetti al punto che l’intera intelaiatura regge da centinaia di anni.

particolare della struttura

particolare della struttura

Noterete però che alcuni travi, specie sul lato sud, sembrano sbriciolarsi, ed il guaio è che sono portanti, sostengono la struttura superiore. Perché non vengono sostituiti? Con una precisione lievemente pedante il cartello ci informa che è opera di insetti xilofagi, coleotteri che si nutrono di legno. Qui, nel probabile caso non siate entomologi, vi verrà spontaneo chiedervi: ma davvero meritano considerazione gli xilofagi, mentre il Mas di Sabe rischia di venir giù? Proverete allora una fitta di dispiacere e di apprensione per Lui, il Mas, e vi chiederete se la situazione è sotto controllo, se c’è un proprietario che se ne prende cura, e se sopporterà le prossime nevicate.

mensa degli insetti xilofagi

mensa degli insetti xilofagi

Ma girandovi e guardandovi intorno questi pensieri svaniranno, la pace e la bellezza del luogo avranno la meglio.

Così, qual che sia il motivo che vi ha spinto a venire fin qui, potreste cedere all’impulso di distendervi sul prato e, avvolti dal tepore del sole, abbandonarvi e prendere sonno. E d’incanto ritrovarvi in sogno nella luce calda e abbagliante di un’altra estate, lontana nel tempo, circondati dal trillare dei grilli e dal gaio scampanellare delle sette mucche e quattordici pecore dei fratelli Dal Mas.

voltandosi, sulla via del ritorno a Iral

voltandosi, sulla via del ritorno a Iral

P.S. se ci venite di primo mattino, tra settembre e ottobre, potreste assistere ad un fenomeno sonoro straordinario: il bramito dei cervi che proviene dalle coste boscose del monte Punta.

 

ANTICHI PASCOLI – CASERE DI CORNÌA (PRAMPERET, CAZETA)

Cornìa, verso Col dei Gai. In lontananza Bosconero e Rocchette

Cornìa, verso Col dei Gai. In lontananza Bosconero e Rocchette

Se tornassimo indietro di 70-80 anni, a stento riconosceremmo la nostra valle.

L’economia del turismo non era nata, o era un minuscolo embrione dallo sviluppo ancora incerto. I villaggi erano agglomerati più piccoli, raccolti, circondati da ampie praterie che oggi sono state inghiottite dal bosco. I boschi erano più radi, attraversati da sentieri che portavano ovunque e lungo i quali avreste spesso incontrato qualcuno con una gerla, o con una fascina.

In una foto d’epoca com’era la valle nella prima metà del secolo scorso

In una foto d’epoca com’era la valle nella prima metà del secolo scorso

D’estate, in alta montagna, nelle zone un po’ fuori mano dove oggi a malapena si arrischia qualcuno e dove ci si imbatte in queste tristi malghe deserte, la vita brulicava. Dopo l’inverno passato nel chiuso delle stalle, a giugno il bestiame veniva portato all’alpeggio. Con gli animali partiva un piccolo drappello di pastori e casari che se ne sarebbero presi cura, mentre in paese il resto della popolazione era impegnato nella fienagione. All’inizio dell’estate i fienili erano vuoti ed andavano ricolmati per il successivo inverno. Sperando, e pregando, in un’estate di sole e pioggia nelle giuste proporzioni.

Cornìa ed i suoi attuali inquilini

Cornìa ed i suoi attuali inquilini

Cornìa era uno di quei posti. A vederla ora, con gli asini che qualcuno ha portato fin quassù, pare quasi che poco sia cambiato da allora. Manca solo l’elemento umano. Solo?

L’alpeggio, assieme ai vicini pascoli della Cazeta e di Carpenìa, era operato da alcune famiglie di Soffranco, che vi salivano dalla Val del Grisol o dal Canale del Maè. Oggi, anche se quest’ultimo sentiero è ancora percorribile, la via più facile e breve parte dal Rifugio Pramperet. Qui si stacca il sentiero n. 521 che, subito scendendo di qualche decina di metri, aggirando lo spigolo sud-est del Pramperet e risalendo poi alla spettacolare Forcella Piccola, vi porta in vista dell’ampio, magnifico catino alla base del quale si trovano le stalle e la casera.

Casera Pramperet, demolita dal tempo e dalla neve

Casera Pramperet, demolita dal tempo e dalla neve

Sentiero facendo, poco sotto il rifugio, noterete un pianoro con un altro pascolo abbandonato, quello di Pramperet, e vi si stringerà il cuore nel vedere la casera scoperchiata e la vicina stalla distrutta, schiantata, ennesima vittima delle nevicate eccezionali degli inverni scorsi.

La salita alla forcella non sarà priva delle sue soddisfazioni, con le impressionanti vedute verso la selvaggia Val Costa dei Nass, un imbuto di boschi fittissimi e pareti strapiombanti e con il possibile avvistamento dell’aquila tra i torrioni del Pramperet.

Val Costa dei Nass, confluente nella Val del Grisol

Val Costa dei Nass, confluente nella Val del Grisol

Dalla forcella, per raggiungere la malga dovrete poi scendere per circa 200 metri. Non fatevi fermare dal cartello PROPRIETA’ PRIVATA che troverete sulla selletta, nè dal sentiero sbarrato. Superate e andate. Poco sotto una targa commemorativa ricorda chi era il proprietario. Si tratta di Agostino, noto personaggio di Soffranco scomparso qualche anno fa. Agostino, dopo che l’attività di alpeggio era cessata, ha continuato per anni – tenacemente, eroicamente – a portare a Cornìa gli animali, contribuendo così al mantenimento del pascolo.

verso Col dei Gai di Cornìa

verso Col dei Gai di Cornìa

Dalla casera parte sul versante sinistro un sentiero che prosegue su una bella costa prativa, e quasi vi invita a seguirlo. Se avete ancora energie assecondatelo, è il sentiero che scende al Canale del Maè e che in circa mezz’ora vi porta al Col dei Gai de Cornìa, ottimo punto panoramico verso Cornìa e la sua cornice di creste: Pramperet, Pramper, Cima del Coro, Venier.

Poco prima state attenti alla vostra destra, in fondo alla valle, sotto le pale boscate. Vi compariranno ad un certo punto le casere de la Cazeta, anch’esse in stato di abbandono e ormai in procinto di essere fagocitate dalla vegetazione. Un attimo di malinconia, un requiem. Che peccato.

Casere de la Cazeta

Casere de la Cazeta

Col dei Gai può essere il punto d’arrivo di questa passeggiata, da cui potrete ripartire ripercorrendo a ritroso la via dell’andata. Un’escursione dai toni un po’ nostalgici, in luoghi che rimangono negli occhi per la loro bellezza semplice, incorrotta.

Val Sagretta, tra lo Spigol del Palon e la Cima del Coro

Val Sagretta, tra lo Spigol del Palon e la Cima del Coro

 

FELTRE, LA BELLA

l’accesso orientale, Port’Oria

l’accesso orientale, Port’Oria

Anzi, bellissima. Miss Provincia, con buona pace per l’amica/rivale Belluno.

E’ città di pianura, ma incastonata tra i monti. Alle spalle le grandiose Vette Feltrine. Davanti il Tomatico, che gioca a nasconderle il sole d’inverno, assicurandole la meritata fama di città fredda: “se vuoi vivere un anno d’inferno, Trento d’estate e Feltre d’inverno”.

p.za Maggiore con i palazzetti Bovio e a destra il Palazzo della Ragione, sede del Teatro della Sena. Sullo sfondo, il Tomatico

p.za Maggiore con i palazzetti Bovio e a destra il Palazzo della Ragione, sede del Teatro della Sena. Sullo sfondo, il Tomatico

Centro antichissimo, secondo Plinio il Vecchio fu fondata dai Reti, popolazione preromana coeva, ed affine, agli etruschi. Pare che il toponimo Feltre, come Velletri, sia proprio di origine etrusca e significhi “città di Fel”. Dopo il periodo romano, nel quale era un importante municipium lungo la Via Claudia Augusta Altinate, si succedettero le dominazioni barbariche, i vescovi-conte ed i signori del medioevo. Nel 1404 i feltrini, fatti i loro conti, decisero di assoggettarsi spontaneamente a Venezia, a cui rimasero fedeli fino all’invasione napoleonica del 1797. La dedizione a Venezia è ancor oggi ricordata dallo storico Palio, che si tiene la prima domenica di agosto. Seguirono, come ben sappiamo, gli Austriaci e l’adesione al Regno d’Italia.

il passaggio della Sentinella, camminamento di ronda lungo le mura

il passaggio della Sentinella, camminamento di ronda lungo le mura

L’attuale impianto della città vecchia, che sorge sul Colle delle Capre, non è medievale come comunemente ritenuto ma cinquecentesco, veneziano, ed è frutto di una quasi totale ricostruzione, dopo che nel 1510 la città venne incendiata dall’esercito imperiale durante le guerre di Cambrai. Del periodo medievale sopravvivono alcuni spezzoni delle mura, fondazioni di edifici e quanto resta del Castello di Alboino, che secondo la leggenda è stato eretto proprio dal re longobardo nel 570.

Dati i molti luoghi di interesse (qui solo alcuni), la visita richiede almeno mezza giornata ed un minimo di documentazione.

Il Duomo, intitolato a S. Pietro. A destra il Battistero, a sinistra l’Oratorio. Sotto il sagrato l’area archeologica

Il Duomo, chiesa Concattedrale consacrata a S. Pietro Apostolo. A sinistra il Battistero, a destra l’Oratorio. Sotto il sagrato l’area archeologica

L’itinerario ideale inizia dal Duomo. Edificato a valle delle mura, in un’area che fu già parte della città romana e sui resti della preesistente basilica paleocristiana, fu più volte distrutto e ricostruito e si caratterizza per l’abside inclinata rispetto alle navate, come inclinato era il capo di Cristo sulla croce. Nel suo sobrio interno opere di F. Terilli, A. Ridolfi, D. Tintoretto. Di grande interesse anche la cripta, il battistero e l’oratorio. Sotto il sagrato l’area archeologica, con uno spaccato unico della città romana e alto medievale.

porta Pusterla ed il Palazzo Pretorio. Da notare il leone di Venezia sfigurato dagli scalpelli napoleonici, come ogni riferimento alla Serenissima all’interno della città

porta Pusterla ed il Palazzo Pretorio. Da notare il leone di Venezia sfigurato dagli scalpelli napoleonici, come ogni riferimento alla Serenissima all’interno della città

Dal Duomo si entra alla città vecchia attraverso Porta Pusterla, la più suggestiva delle tre porte cittadine, e salendo le scalette vecchie, accesso pedonale porticato che conduce nei pressi del Palazzo Pretorio, dimora del Podestà. All’entrata dell’edificio, ora sede municipale, la bella sala degli stemmi.

Sala degli Stemmi. A sinistra lo stemma di Feltre, il cui motto è “nec spe nec metu” (né con speranza, né con timore)

Sala degli Stemmi. A sinistra lo stemma di Feltre, il cui motto è “nec spe nec metu” (né con speranza, né con timore)

Nell’adiacente Palazzo della Ragione, dal loggiato palladiano, si tenevano invece le adunanze del Gran Consiglio. Nel ‘700 la sala consiliare fu riconvertita nel Teatro della Sena, detto piccola Fenice in quanto opera degli stessi Selva ed Orsi che decorarono la sorella maggiore. Il teatro, con un’acustica perfetta, è un vero gioiello di stucchi e decori. Fu proprio qui che un giovane cancelliere, Carlo Goldoni, si fece le ossa nell’arte della commedia.

P.za Maggiore vs la chiesa di SS Rocco e Sebastiano, le fontane Lombardesche, il castello di Alboino. All’interno del castello è raccomandata la visita all’officina fabbrile del custode, Ernesto Turri

P.za Maggiore vs la chiesa di SS Rocco e Sebastiano, le fontane Lombardesche, il castello di Alboino. All’interno del castello è raccomandata la visita all’officina fabbrile del custode, Ernesto Turro

Il palazzo è prospicente Piazza Maggiore, cuore della città fin dai tempi in cui ospitava i fori romani. Sulla piazza affacciano l’ottocentesco Palazzo Guarnieri, il Palazzo Gazzi-Dalla Porta, la chiesa dei SS. Rocco e Sebastiano, le fontane lombardesche ed i palazzetti Bovio. In alto, di vedetta, il Castello di Alboino, mentre al centro della piazza sono poste le statue di due feltrini illustri, l’umanista Vittorino da Feltre ed il co-inventore della stampa Panfilo Castaldi.

tornano a riaprire le botteghe rinascimentali dei palazzetti Bovio (o Cingolani)

tornano a riaprire le botteghe rinascimentali dei palazzetti Bovio (o Cingolani)

Proseguendo ancora: la magnifica Via Mezzaterra ed i suoi palazzi affrescati, Palazzo Tomitano, la fu sede del Monte di Pietà, la Chiesa di S. Giacomo ed i musei cittadini: il museo Civico, la Galleria Rizzarda ed il Museo Diocesano di Arte Sacra. Quest’ultimo, tra altri capolavori, espone una preziosa rarità: il calice del Diacono Orso, uno dei più antichi calici eucaristici della cristianità.

Paradiso IX, 52. L’empio pastor è il vescovo A. Novello, che nel 1314 riconsegnò tre fuoriusciti, rifugiatisi presso di lui, al vicario pontificio di Ferrara, che li fece decapitare

Paradiso IX, 52. L’empio pastor è il vescovo A. Novello, che nel 1314 riconsegnò tre fuoriusciti, rifugiatisi presso di lui, al vicario pontificio di Ferrara, che li fece decapitare

Non potete lasciare Feltre senza curiosare e fare acquisti nelle botteghe di artisti ed artigiani che hanno ricominciato a ripopolare il centro.

Ma non è finita, ci sono ancora tutti i dintorni da esplorare. Ci toccherà tornarci su.

SENTIERI SELVAGGI. AL PETORGNON PER IL VIAZ DE L’ARIOSTO

VIAZ DE L'ARIOSTO

Se chiedete a qualcuno del posto dov’è il Petorgnon, vi risponderà con una domanda: il che? Ecco, già incominciate a capire.

Wikipedia potrebbe invece scrivere più o meno questo: Il Petorgnon è una modesta elevazione del gruppo dolomitico San Sebastiano-Tamer.., una cima boscata facente parte delle propaggini nord-orientali del gruppo, sul versante zoldano, che si erge..(omissis)

Potrebbe, perché anche Wikipedia, come lo zoldano medio, ne ignora l’esistenza.

partendo dal basso, a destra, in senso orario: Croda Daerta, Col de Michiel, Petorgnon, Gruppo S. Sebastiano

partendo dal basso, a destra, in senso orario: Croda Daerta, Col de Michiel, Petorgnon, Gruppo S. Sebastiano

I monti minori, questi sconosciuti, hanno però molto da offrire. Per esempio sono relativamente veloci da salire, senza asperità o difficoltà alpinistiche e raggiungono quote poco elevate, adatte anche a chi patisce il “mal di montagna”; per la stessa ragione sono privi di copertura nevosa – quindi fruibili – per una stagione più lunga. Ma la loro specialità è quella di essere un balcone panoramico privilegiato, e proprio sui monti “maggiori” da cui si fanno rubare la scena.

Il Petorgnon non fa eccezione, combina tutti questi vantaggi, più un altro molto apprezzato da certi puristi della montagna: essendo poco frequentato, è ancora selvaggio. O magari l’inverso: essendo selvaggio, è ancora poco frequentato.

sul Viaz de l’Ariosto

sul Viaz de l’Ariosto

Ma veniamo al percorso. All’andata, dopo aver lasciato l’auto a Pralongo, raggiungete la Casera del Pian (strada). Prendete qui il sent. n. 524 fino al successivo incrocio, dove devierete a destra sul sent. n. 536 per Col de Michiel. Siete ora sul Viaz de l’Ariosto: un tratto iniziale in cengia, un canalino, poi una diagonale che vi riporta nel bosco. Questo breve tratto, piuttosto aspro, è la maggiore difficoltà della gita. Cautela, ci sono dei punti con una certa esposizione che impongono prudenza, ma in compenso vi rifarete gli occhi con le splendide vedute verso il S. Sebastiano, la Civetta-Moiazza, il Pelmo, l’Antelao e la Val di Zoldo.

vedute lungo il Viaz de l’Ariosto

vedute lungo il Viaz de l’Ariosto

Ariosto.., curioso questo nome. Non certo il famoso Ludovico, ma… chi era costui? Chi fosse, chi lo sa, ma è facile intuire che cosa ci venisse a fare da queste parti: a cacciare. Come molti dei personaggi a cui sono stati intitolati i Viaz, è probabile che anche l’Ariosto sgattaiolasse tra cenge e canaloni all’inseguimento delle sue prede, agile, astuto, forte e senza conoscere paura.

Giunti al Col de Michiel (di nuovo, chi era costui?) troverete una tabella che vi indica il sentiero per il Petorgnon. La traccia è sempre ben visibile, come pure i bollini rossi che segnano la direzione. Attraverserete uno dopo l’altro un bosco di faggi e abeti, poi un lariceto ed infine, prossimi alla vetta, entrerete nel regno dei baranci.

Gardesana, Tamer, Forcella la Porta

Gardesana, Tamer, Forcella la Porta

Quando arriverete in cima vi chiederete perché siete soli davanti a tanta meraviglia.

Ecco laggiù la conca di Pramper, di qua il frastagliato Mezzodì, l’impervia Gardesana, il Moschesin, il Vant de le Forzele e la stretta Forcella la Porta, il gruppo del Civetta, la mole solitaria del Pelmo da una nuova angolazione. Non c’è il Libro della Cima, ma i cellulari funzionano e potrete così mandare un “selfie” a chi, da casa, vi invidierà. Occhio a non cadere di sotto!

l’inconfondibile profilo del Pelmo

l’inconfondibile profilo del Pelmo

Al ritorno prendete il sent. 535, in una magnifica faggeta, ma subito fermatevi a riposare nel piccolo salottino in terrazza di Col de Michiel: sotto la chioma degli alberi due panche e un tavolino con affaccio sulla Val Pramper. E se proprio volete esagerare, poco più sotto potrete fare una breve deviazione verso la Croda Daerta, altro splendido belvedere sulla Val di Zoldo. Scendendo, sbucherete poi nuovamente sulla strada per Casera del Pian, nei pressi del Campeggio dei Giuseppini.

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Col de Michiel, l’esclusivo salottino

La stagione migliore per questa gita è senz’altro l’autunno, con il bosco in technicolor ed il cielo più azzurro dell’anno. Ma anche d’estate potrete sfuggire al caldo opprimente di certi sentieri assolati o all’eccesso di folla dei soliti percorsi.

le guglie del Mezzodì

le guglie del Mezzodì

P.S: Il giro potrebbe essere effettuato in senso contrario. Obbligatoria la cartina.

ANTICHI PASCOLI: CANAZZE’, SPIZ ZUEL

Canazzè di Sopra  verso S. Sebastiano, Pramper

Canazzè di Sopra verso S. Sebastiano, Pramper

Se nel mese di agosto la gran folla che frequenta i sentieri più battuti vi fa sentire come a Riccione, questo percorso è un antidoto. Potreste addirittura rischiare di non trovarvi anima viva, almeno per la sua prima parte, e di sentirvi in felice e solitaria, quasi esoterica, comunione con la natura.

Canazzè è un pascolo di alta montagna dismesso parecchi anni fa. Vi portavano gli animali per la monticazione gli abitanti dei paesi di Foppa (Canazzè di Sotto) e di Fusine (Canazzè di Sopra). Ora il pascolo è stato in parte riguadagnato dal bosco, ma quanto resta della prateria è sufficiente a far capire quanto fosse estesa ed importante allora.

Canazzè, che si trova sul versante sud dello Spiz Zuel, può essere raggiunto da Fusine con il sentiero n. 584, che parte sopra il cimitero. L’antico triol che saliva da Cercenà, invece, è purtroppo caduto in disuso ed in alcuni tratti la traccia si perde, tanto che solo chi conosce bene la zona può avventurarsi in sicurezza.

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Spiz Zuel, gallerie lungo il camminamento di guerra

La salita, in un bel bosco di abeti secolari, è nella sua parte iniziale piuttosto in pendenza. Giunti in quota la china si fa allora più dolce ed il bosco si dirada per lasciar posto al prato. Ecco infine la piana erbosa di Canazzè di Sopra, dove si trovano la casera e la stalla, quest’ultima ahimè crollata di recente sotto il peso della neve.

Dopo esservi rifocillati, aver bevuto l’acqua freschissima della fontana e scattato le foto di rito potrete affrontare, se vi va, la bella e panoramica salita fino alla cima dello Spiz Zuel, a cui si giunge dopo aver percorso, poco sotto la sommità, il vecchio camminamento di guerra, ora una sorta di terrazza-belvedere che gira in quota da est ad ovest lungo il perimetro del monte. Qua facilmente troverete compagnia: capre, mucche, cavalli ma anche esseri umani, escursionisti saliti dalla Casera della Grava per ammirare e fotografare il più bel panorama in assoluto della Val di Zoldo e della sue montagne. Da una parte il Gigante, il gruppo Civetta-Moiazza e tutt’intorno il circo delle Dolomiti di Zoldo e oltre, verso il Cadore e la Val Fiorentina. E oltre ancora.

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la Valle di Zoldo da quassù

E come (quasi) sempre accade in montagna la fatica della salita sarà già stata dimenticata. L’appagamento è completo.